S. Leo

Descrizione

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Non ci sono notizie letterarie o documentarie. Quello che si conosce è dedotto dalle reliquie, custodite nel santuario di Bova, il culto e i miracoli che gli vengono attribuiti. Le informazioni sulla sua vita ci vengono date dalla tradizione, condensata in una preghiera narrativa, detta “raziuni”, cioè orazione (oppure anche “canzuna”) “di santu Leu”.

Sappiamo così che San Leo nacque a Bova nel periodo XI-XII secolo, dall’onesta famiglia dei Rosaniti.  Di temperamento umile e modesto, fin da ragazzo si sentì fortemente attratto dalla vita monacale: osservava il digiuno, spesso donava il suo cibo ai poveri e passava lunghe ore in contemplazione e preghiera.
In quel tempo la Regola del santo orientale Basilio era molto diffusa nel territorio bovese, e Leo, a soli 12 anni, abbandonò la famiglia natale per entrare nell’Ordine dei frati Basiliani.
Il convento dei monaci Basiliani si trovava nel territorio di Africo. In una celletta del convento il giovane Leo trascorreva il suo noviziato, fra dure penitenze e flagellazioni che egli stesso si imponeva.
Il primo miracolo che gli viene attribuito risale al periodo della carestia. S. Leo era ancora in convento e, per confortare gli affamati, donava loro della pece che egli estraeva con duro lavoro dagli alberi. Una volta portata a casa, la pece diventava pane. Per questo motivo San Leo è raffigurato con la scure ed il pane di pece.

Nella “raziuni” c’è il racconto di un intervento prodigioso e deciso a favore del popolo. Dopo il terremoto del 1659, Bova non era in grado di pagare i debiti al fisco. Allora san Leo va dal re di Napoli. «Sacra Corona, disse, appena entrato/ date udienza al mio parlare»./ «Con porte chiuse! Chi vi ha fatto entrare?»/ «Il cielo e la terra con il bel mare»./ «Vorrei sapere come vi chiamate/ nome e cognome, di che casato siete»./ «Io mi chiamo Leo, il Rosaniti,/ il protettore della società./ Sono avvocato dei Pedavoliti (un quartiere dell’odierna Delianova, che si vuole formato da oriundi bovesi),/ pure li aiuto nelle necessità./ Il pagamento dei bovesi/ lo dovete ridurre di trecento ducati,/ io sono bovese e voi mi conoscete/ e vi chiedo solo questa carità».

Per rifuggire dalla fama sulla sua persona che si stava diffondendo in tutta l’area, S. Leo pensò di ritirarsi in Sicilia, nel villaggio di Rometta, vicino Messina. Lì continuò a perseguire il suo ideale di vita ascetica, fra austerità e penitenze.

Osservava il digiuno, per diversi giorni di seguito, donando il suo cibo ai poveri; si nutriva sono di aspre erbe di montagna. Dormiva sulla nuda terra, si immergeva nelle gelide acque dei laghi e si flagellava col cilicio, sempre pregando con fervore.

Quando san Leo, dice la “raziuni”, si sentì vicino alla morte, «al suo convento volle tornare». Anche questo è un bisogno frequente degli eremiti: tornare alla comunità nei tempi forti della vita terrena. Era viandante, malandato, affaticato. Lungo la strada chiese aiuto ad un pastore che portava una fascina di erbe. Questi lasciò a terra la fascina, prese il vecchio sulle spalle, lo portò alle porte del convento senza sentirne alcun peso e, quando lo ripose in terra, si accorse che la fascina di legna era accanto a lui. Comprese così di aver servito un Santo.

San Leo chiese al pecoraio di avvertire il padre priore, perché desiderava confessarsi. Ma questi, sbracciando con atto di disprezzo, negava questa carità e rimase con il braccio paralizzato. Allora si mise ad invocare san Leo, promettendogli una chiesa.

E quando la chiesa fu finita, commenta la “canzuna”, le campane si misero a suonare da sole.

Al momento della morte di San Leo, tutte le campane del convento suonarono a festa. Trasportati i resti mortali del Santo nella cappella, moltissime persone lì recatesi per portare omaggio furono miracolate.

A queste seguirono altre persone, accorse fin dalla Sicilia dopo la diffusione della notizia. Fu decisa la costruzione di una piccola cappella nel luogo dove il Santo aveva esalato l’ultimo respiro. Dal sepolcro, per molti anni, si diffuse un soave profumo.

Il suono delle campane, a Bova, è tradizionalmente collegato con san Leo: quando si diffonde la notizia che qualcuno ha bisogno urgente dell’intervento del santo, tutte le chiese si mettono a suonare per invitare alla preghiera i devoti.

Bova volle andare a riprendersi le spoglie del Santo, per inumarle nella sua città natale. I resti, rinchiusi in un’urna, si trovano oggi nel tempio costruito in suo onore.

La chiesa di S. Leo venne costruita alla fine del XVIII secolo sui ruderi di una struttura precedente. Vi è al suo interno la cappella delle reliquie. Di queste, a Bova si trovano le ossa della mano, dei piedi e del teschio. Un’altra parte di reliquie è stata trasportata ad Africo durante l’alluvione che colpì Bova nel 1951.

Innumerevoli sono i miracoli e le grazie attribuite al Santo.

San Leo desidera che ci si rivolga a lui con confidenza umile e riverente. Altrimenti, sa rimproverare. È grandemente taumaturgo e i suoi miracoli sono umili interventi nella vita quotidiana: guarigioni; protezione dal fuoco; provvigione di olio; avvertimento a un ladro di oggetti sacri; pressante invito a un vescovo perché la smetta di sentirsi stanco e celebri i vespri; ritrovamento di importanti oggetti smarriti; protezione dal fuoco e dalle cavallette.

Un certo numero di questi miracoli è raccolto in un libretto di don Ercole Lacava. Una sua devota riceve speciali ispirazioni dal santo. Non sa scrivere bene, ma quando sente il suo invito, si mette un foglio sulle ginocchia e scrive sotto dettatura. È stata miracolata dal santo ed ha lasciato la sedia a rotelle. Ora ha circa ottant’anni ed è in piena attività. Ha ottenuto una grande distesa nei Campi di Bova e vi ha costruito una chiesetta per invito del santo. Sopra la chiesa ha costruito degli appartamenti e spera che possano diventare un monastero, che aiuti i preti e le suore sviati dalla loro vocazione. È stupefacente come abbia potuto raccogliere con le elemosine i soldi necessari per tale opera e, alla sua età, guidare i lavori nel cuore della montagna. Il santo l’ha obbligata a buttar via tutti gli abiti neri, perché non gli piace il lutto. Una volta le ordinò di preparare una cena per tutti quelli che sarebbero andati a pregare nella cappellina della sua casa. Questa devota non sapeva chi si sarebbe presentato, ma imbandì la tavola esattamente per il numero di persone che in effetti si recarono alla funzione.

San Leo è patrono di Bova, di Africo e compatrono dell’arcidiocesi di Reggio, che ora comprende anche Bova. La sua festa si celebra il 5 maggio, ma gli africoti, per distinguersi dai bovesi, amano solennizzarla dopo sette giorni, il 12 maggio.

Il giorno 5 di maggio, data in cui annualmente si celebre la sua festa, moltissimi forestieri si recano a Bova o vanno in pellegrinaggio nella chiesetta aspromontana di Africo dove è conservata una statua di S. Leo risalente al 1635.

Il giorno 4 maggio, dopo il rito del bacio delle reliquie, queste vengono trasportate nel coro della chiesa. E da lì parte la processione, alle ore 17, che si dirige verso la Cattedrale.

Ma la processione solenne si svolge il giorno 5. Dopo la messa, le reliquie vengono riportate alla loro chiesa. Il percorso è accompagnato da un gruppo di uomini vestiti con abiti monacali, denominati “Fratelli “, ciascuno recante un lungo coro acceso. Dopo un’esposizione di tre giorni, l’8 maggio le Sante Reliquie vengono chiuse nella nicchia loro dedicata. Le quattro chiavi che la sigillano vengono affidate rispettivamente al Vescovo, a un Canonico, al Sindaco e al Rettore del Santuario.

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