Madonna del Carmine (Basilica Santuario)

Descrizione

Descrizione
Santuario mariano per eccellenza della città di Padova, la chiesa del Carmine è stata, fin dalla sua origine, cara ai Padovani non meno che agli abitanti della Provincia.
Nel corso del tempo molti sono stati gli interventi decorativi nella chiesa del Carmine; specialmente dopo la ricostruzione in seguito al rovinoso crollo del 1492.

STORIA

In età medioevale, con l’arrivo a Padova dei frati carmelitani del monte Carmelo verso il 1292, ha inizio la storia della comunità del Carmine.
Grazie alla donazione di alcune case da parte di Antonia, moglie di Tomasino Palmerio degli Episcopelli e a donazioni e lasciti successivi, nell’ultimo decennio del XIII secolo i frati dell’Ordine carmelitano poterono costituire in Padova la loro fondazione “in borgo novo, contrada di S. Leonardo, Parrocchia di S. Giacomo”.
Pubblicazioni anche recenti insistono nel riportare la erronea tradizione che sul sito dell’insediamento dei Carmelitani esistesse in precedenza un oratorio della Purificazione con annesso convento di monache, come riportato in Portenari (A. Portenari, Della felicità di Padova, 1623) che cita l’Ongarello (ms. anno 1441).
Già la prof. Gasparotto (C. Gasparotto, S. Maria del Carmine, Padova, 1955, p.68), scrupolosa frequentatrice di archivi, aveva scritto che nel ms. di Ongarello, da lei consultato in più copie, nulla si dice a tal proposito, puntualizzazione ribadita dal prof. Universo (M. Universo, S. Maria del Carmine, in: Basiliche e chiese, a cura di C. Bellinati-L. Puppi, Vicenza, 1975) a p. 201 del suo saggio.
Ottenuta la convalida del loro insediamento da parte del Papa (bolla di Bonifacio VIII 28 luglio 1297) e del Vescovo cittadino (lettera-licenza di Ottobono 24 Ottobre 1300) i frati carmelitani chiesero il permesso di costruire una chiesa per la loro predicazione.
La costruzione, iniziata nel secondo decennio del Trecento, fu completata solo agli inizi del Quattrocento, Già alla fine di questo secolo “per forte nevicata e terremoto” la copertura della chiesa crollava danneggiando irreparabilmente anche la sacrestia e il dormitorio dei frati
Restavano in piedi i muri perimetrali, la facciata con il bel portale ligneo del 1412, l’abside.
Il verbale del 30 gennaio 1491 dove si documenta la rovina della chiesa, crollata il 25 gennaio 1491 dalla metà in su con tutto il tetto, ci permette di acquisire le informazioni relative alla chiesa trecentesca.
Già pochi giorni dopo l’evento (30 gennaio 1491) si riuniva il Consiglio cittadino per deliberare il restauro della chiesa, incaricando due dei quattro deputati sovrintendenti alle chiese e al decoro del culto di reperire i fondi necessari al restauro, che si prospettava oneroso e per il quale le sole risorse finanziarie dei Carmelitani (rendite e offerte dei fedeli) non sarebbero bastate.
Anche questa ricostruzione fu lenta, più volte interrotta e ripresa.
Per incrementare le risorse finanziarie fu rivolta al Senato Veneto una supplica volta ad ottenere il condono dei debiti pubblici dovuti dai Carmelitani e l’esenzione decennale dal pagamento delle decime e dei dazi.
Fu anche inoltrata al Papa la richiesta di concedere l’indulgenza plenaria a coloro che avessero contribuito finanziariamente al restauro della chiesa. L’indulgenza fu concessa solo nel 1504 e prorogata nel 1506 (Bolle di Papa Giulio II: 23 marzo 1504 e 12 marzo 1506).
Tra i Padri carmelitani che sostenevano un progetto più ampio (e più oneroso) e i Deputati cittadini che si preoccupavano per i costi si raggiunse un accordo nel settembre 1493.
Fu così possibile stilare i contratti: con il lapicida (scultore) Francesco fu Donato (31 maggio 1494) “per il fregio, interno ed esterno, de una cuba (cupola) e con il muraro (architetto) Zuan de Richardo (9 giugno 1494) “per ordenar e far fare quattro arconi e una cuba (cupola) de muro con tutte le cose e i magisteri necessari alla costruzione di detti arconi e di detta cuba”.
I lavori vennero presto interrotti e un nuovo contratto fu stilato l’anno seguente con due maestri emiliani, in quel momento all’opera nel vicino convento di S. Giovanni di Verdara: il maestro inzegnero Lorenzo fu Simone da Bologna e il maestro Pier Antonio fu Paolo da Modena.
Lorenzo è il primo architetto che introduce a Padova il nuovo linguaggio rinascimentale, come ha messo bene in luce Angelo Bartuccio nella sua recente tesi di laurea (La chiesa di S.Maria del Carmine e l’architettura quattrocentesca da Firenze a Padova, Università degli Studi di Padova, a.a. 2015/16), operando nel suo lavoro puntuali confronti con chiese rinascimentali a Firenze (S. Spirito) e a Ferrara (S. Benedetto).
Chiamato a rinnovare la chiesa del Carmine, Lorenzo recuperò quanto più possibile della vecchia chiesa, conservandone i muri maestri, l’abside e la facciata, cercando di armonizzare il vecchio con il nuovo nel rispetto della statica dell’edificio dal momento che il progetto prevedeva di elevare l’altezza della navata. A Pier Antonio da Modena si attribuisce la direzione dei lavori della cupola.
I lavori ripresi dove erano stati interrottti da Zuan de Richardo, furono nuovamente interrotti per la morte di Pier Antonio (1497).
Un nuovo contratto fu stipulato allora con Lorenzo, affiancato dal maestro Bertolino fu Giovanni da Brescia (27 aprile 1499).
Anche Bertolino morì prima che i lavori giungessero a compimento e Lorenzo, impegnato anche in altri lavori, lasciò l’incarico al Carmine nel 1502.
Nel maggio 1503 a dirigere i lavori fu chiamato Biagio Bigoio da Ferrara che finalmente li concluse nel 1523.
L’architetto cercò di equilibrare la sproporzione evidente tra l’altezza delle cappelle laterali della vecchia chiesa mantenute da Lorenzo e della navata, mediante un gioco di cornici. Più avanti nel tempo questo equilibrio fu ricercato anche attraverso la successiva decorazione pittorica.
Se si vuole avere una documentazione visiva dell’esterno e dell’interno della chiesa nel Cinquecento si osservino i dipinti di G.B. Bissoni (1574 c.-1634 c.) nella cantoria dell’organo (lato destro).
Dove si manifesta più compiutamente l’ariosa spazialità rinascimentale progettata da Lorenzo da Bologna per il Carmine è nella sacrestia, a pianta rettangolare prossima al quadrato, illuminata da una luce diffusa che penetra dai finestroni che danno verso il chiostro. Sul lato opposto alle finestre si apre una scarsella, pure illuminata da una monofora, che presenta strette analogie con la cappella nova dedicata alla Vergine Maria, nel Palazzo vescovile di Padova, anche per la presenza della valva di conchiglia del semicatino absidale. Autore del progetto fu quasi sicuramente Lorenzo che ottenne la commissione dal Vescovo Pietro Barozzi, uomo di raffinata cultura umanistica che nei vent’anni del suo episcopato molto si attivò per la trasformazione in senso rinascimentale del palazzo vescovile.
La facciata odierna della chiesa del Carmine appare incompiuta. La vecchia, in origine preceduta da un portico come altre chiese padovane del Trecento (il Santo, i Servi, gli Eremitani), fu demolita agli inizi del Settecento. Del nuovo progetto dello scultore e architetto Giovanni Gloria (1694-1759): solo la parte inferiore è stata realizzata con un rivestimento in pietra d’Istria, mentre quella superiore è tuttora in laterizio. Nel 1998 è stato eseguito un restauro della facciata e del portale ligneo del 1412.
Sopra il timpano del portale sono collocate le statue delle Virtù teologali Fede, Speranza, Carità, opera di Tommaso Bonazza (1696-1776), oggetto di un recentissimo restauro (2016). La Virtù della Carità, posta sulla cuspide del timpano, è rappresentata dalla Vergine Maria con il Bambino in braccio, a destra la Fede, a sinistra la Speranza.
Il paramento murario esterno è caratterizzato sui lati e nella zona absidale da lesene e archetti ciechi, secondo un motivo decorativo tipico delle chiese padovane specie nel Tre e Quattrocento. Sul lato occidentale (via Tasso) si nota il profilo estradossato delle cappelle laterali, la cui altezza è di molto inferiore a quella della navata. Come specificato in precedenza, le cappelle sono parte della vecchia chiesa del Trecento, come lo è l’abside oggi poco visibile, per la presenza di altri edifici, ma la cui vista andrebbe valorizzata.
La cupola semisferica cuba de piera alla cui prima esecuzione sovrintese Pier Antonio da Modena, nei secoli crollò e fu ricostruita più volte: nel 1800 si incendiò a causa delle luminarie in onore del Papa Pio VII e si provvide alla ricostruzione soltanto nel 1839. Un completo rifacimento sia della calotta lignea interna sia del rivestimento esterno in piombo fu compiuto nel primo decennio del Novecento, ma un nuovo disastroso evento accadde pochi anni dopo quando il 28 dicembre 1917 uno spezzone incendiario colpì la cupola. Il piombo del rivestimento fuse facendo penetrare il fuoco nella sottostante struttura lignea. Per oltre un decennio vi fu una copertura provvisoria finché si provvide (1930) al rifacimento della cupola che ancora oggi si eleva sul profilo cittadino con il suo caratteristico colore verde.
L’ing. Mario Ballarin progettista esecutivo e direttore dei lavori optò per una intelaiatura di ferro (peso 27 tonnellate) rivestita di un tavolato di legno ricoperto di lastre di rame (peso complessivo 5 tonnellate) al posto del piombo della cupola precedente.
Internamente oggi la chiesa presenta una navata unica con finta volta in traliccio e arconi dipinti, rifacimento della cinquecentesca volta originaria, crollata nel 1696, con un profondo presbiterio sopraelevato su cui si erge la cupola.
Al lati della vasta unica navata si susseguono le cappelle laterali che mantengono l’altezza della chiesa trecentesca, avevano destinazione funeraria con tombe sotto il pavimento antistante le cappelle. Gli altari delle cappelle subirono nel tempo vari spostamenti e titolarità come si dirà più oltre.
Nei tempi passati sotto il patronato di famiglie cospicue come i de Lazara, i Giesia, gli Justachini e di confraternite quali i Lanari o i Mugnai furono abbellite con opere d’arte scultoree o pittoriche.
I catini absidali di queste cappelle erano affrescati. In seguito questi affreschi furono scialbati, tranne quello della prima cappella a sinistra (i Lanari, patroni dell’altare, si opposero infatti allo scialbo) e della seconda cappella sempre a sinistra.
E’ appena terminato il restauro della cappella dedicata alla Madonna del Carmine che ha riportato alla luce l’affresco del catino absidale, noto da fonti documentarie, ma ricoperto da due strati di intonaco.
Il dipinto, commissionato dal nobile Pio Conti nel 1541 raffigura la Trasfigurazione di Cristo: al centro domina la maestosa figura di Gesù, affiancato da Mosè con le tavole della legge a destra e di Elia a sinistra. Nella parte inferiore dove dovevano trovarsi gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni invece restano solo due braccia. Dalle fonti sappiamo che in quegli anni lavoravano al Carmine Dario Varotari e Stefano dell’Arzere, ma ipotesi più recenti propendono per l’intervento di Domenico Campagnola. L’affresco sarà comunque oggetto di ulteriori studi.
Riveste un interesse storico-documentario la cappella dei Molinari o Mugnai (seconda a destra), perché nel paliotto marmoreo dell’altare appare l’antico borgo medievale, caratterizzato dalla presenza dei mulini sul Tronco Maestro, utilizzati sia per macinare le granaglie sia per le esigenze dei Conciapelli della contrada limitrofa.
Il paliotto dell’altare eseguito con la tecnica del commesso marmoreo è diviso in pannelli: al centro siede la Madonna col Bambino in braccio recante lo scettro sulla mano destra protesa e con alle spalle un drappo marmoreo di colore verde a guisa di baldacchino. A destra e a sinistra della Madonna si trovano due chiese con annesso campanile che la storica C. Gasparotto (1955) ipotizzava potessero essere quelle di S. Giacomo e del Carmine. Sotto la figura della Vergine vi è l’iscrizione dedicatoria della Fraglia alla Beata Vergine. Ai lati del pannello centrale stanno i Santi Rocco e Sebastiano patroni dei Mugnai.
Alle estremità i pannelli dei molini: a sinistra di chi guarda, sono rappresentati i molini di città, posti sull’acqua presso le arcate del vecchio ponte romano, sopra il ponte alcune case e una colonna, a destra i molini di campagna in un paesaggio con alberi, case e chiesa con campanile. Nel cielo volano bianchi colombi simbolo della provvidenza.
Il vasto presbiterio fu rinnovato negli anni 1932-34 con affreschi esaltanti la figura di Maria, opera del pittore bolzanino Antonio Sebastiano Fasal in occasione del rifacimento della cupola, di qualità senz’altro inferiore alle altre opere d’arte presenti in basilica.
Il 25 marzo 1944 un bombardamento fece nuovi danni, bucando il soffitto della chiesa, producendo il crollo dei tetti degli edifici sopra il chiostro, distruggendo il soffitto della Scoletta e la canonica.
Subito dopo la guerra si diede inizio ai lavori di ricostruzione cominciando dalle coperture degli edifici. Ulteriori restauri sono stati compiuti in anni più recenti.
A fianco della chiesa sorgeva il convento che comprendeva due chiostri: il chiostro detto del Capitolo su cui si affacciava la sala omonima, impreziosito dal bel loggiato cinquecentesco al piano superiore, opera di Biagio da Ferrara e il chiostro Grande a est del primo, il refettorio e il dormitorio dei frati.
L’intensa attività dei frati Carmelitani predicatori e fondatori di una scuola di Teologia che ebbe il massimo della fioritura nel Trecento si protrasse fino al 1810, anno della soppressione degli ordini monastici secondo l’editto napoleonico.
A seguito dell’allontanamento forzato dei religiosi e dell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte del demanio la chiesa del Carmine avrebbe dovuto essere demolita.
Per l’intervento del nobile conte Maldura abitante della contrada e capo fabbricere di S. Giacomo, parrocchia entro i cui confini era il Carmine e in accordo con il Vescovo Dondi dell’Orologio, fu concessa dal demanio la permuta della fatiscente chiesa di S. Giacomo con la chiesa del Carmine cui fu trasferito il titolo di parrocchia (21 ottobre 1810).
Il papa Pio X (decreto 16 luglio 1914) elevò a Santuario la chiesa del Carmine e il vescovo mons. Elia Dalla Costa (16 ottobre 1927) onorò l’immagine della Madonna dei Lumini con una corona aurea, sopra le teste della Vergine e del Bambino, simbolo di gloria e venerazione.
Con bolla di papa Giovanni XXIII del 7 ottobre 1960 alla chiesa del Carmine fu attribuito anche il titolo di Basilica minore, sotto la protezione diretta del Papa. Per una più dettagliata cronistoria della parrocchia di Santa Maria del Carmine si consiglia la consultazione del testo “Ai Carmini” a cura di mons. Alberto Peloso, attuale parroco della parrocchia.
Sorte diversa ebbe il convento, rimasto al demanio fino ai primi anni del Novecento e adibito a caserma. Il bombardamento del 1944 aveva danneggiato gravemente anche il chiostro Grande, che fu demolito nel 1954; nell’area oggi si trova la Scuola Media Giotto.
Il chiostro del Capitolo è stato accuratamente restaurato tra il 1982 e il 1986; il restauro ha permesso di valorizzare l’ariosa architettura rinascimentale del piano superiore riaprendo le logge che erano state tamponate nei secoli scorsi.
Anche la sala del Capitolo, alcuni decenni fa utilizzata come sala giochi del Patronato, è diventata uno spazio per attività culturali, luminosa e accogliente. La sala si affaccia sul chiostro con un bel portale a tutto sesto, affiancato da eleganti bifore archiacute trilobate, due per lato, lavorate dallo scultore Antonio di Cristoforo (1401).
In occasione del restauro sono venute alla luce e messe in evidenza tracce delle preesistenze trecentesche: le porte del refettorio, le finestre affacciate sul chiostro, archi e peducci di innesto delle arcate trecentesche i coppi del coperto e della porta del refettorio cinquecentesco.

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