S. Agata al Carcere

Descrizione

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Il Carcere è uno dei luoghi centrali attorno al quale ruota la vicenda della giovane e nobile Agata, secondo il racconto tramandato dagli Atti del Martirio.
Qui la futura patrona di Catania viene richiusa dopo i 30 giorni trascorsi nella casa della corrottissima matrona Afrodisia.
Qui la giovane viene riportata dopo il martirio delle mammelle e riceve la visita di San Pietro e dell’angelo che la guariscono dalle sue ferite in nome di Cristo.
Qui, infine, si conclude la vicenda terrena di Agata, il 5 Febbraio 251, dopo l’ultimo martirio della fornace.
Per questi motivi il luogo che la tradizione riconosce come il Carcere della Martire, ha sempre avuto un ruolo molto importante nella devozione agatina dei catanesi, che ogni anno nei giorni della festa in migliaia vengono al Santuario in devoto ed ininterrotto pellegrinaggio, e durante tutto l’anno non mancano mai di fermarsi per una preghiera o, passando dalla piazza, di alzare gli occhi alla finestrella del Carcere.
Il Santuario dunque custodisce la preziosa memoria del Martirio di Agata e della tradizione legata a questi luoghi; ma esso è anche scrigno di storia e di arte che racconta a catanesi e turisti il culto della Patrona e la vita stessa della città attraverso i millenni.

I dati archeologici e storici

La chiesa

Fin dall’affermarsi del culto agatino, la tradizione catanese riconosce in questi luoghi il carcere di Agata. La testimonianza più antica si riconosce in un piccolo oratorio dedicato a San Pietro risalente all’VIII secolo. Successivamente nel XVI secolo accanto all’antica cappella viene costruita una vera e propria chiesa, destinata ad accogliere i numerosi pellegrini accorsi a rendere omaggio alla gloriosa Santa, rivivendo il suo martirio nei luoghi che ne furono testimoni.
Dopo il terremoto del 1693 la chiesa fu ricostruita ed ampliata ad opera dell’arch. Francesco Battaglia, e pur impostandosi sui resti dell’edificio precedente viene ruotata con l’aggiunta della navata e l’ingresso rivolto ad est, ed arricchito da un’elegante facciata che ingloba al suo interno l’antico portale della Cattedrale.

Il “Carcere”

Le recenti esplorazioni archeologiche hanno mostrato sul sito della chiesa una stratigrafia molto complessa, che addirittura si fa risalire fino al VI secolo a.C. con alcune strutture identificate come parte dell’antica cinta muraria che proteggeva la città greca.
Le indagini più interessanti però si sono concentrate proprio sugli ambienti del cosiddetto “carcere”, tradizionalmente attribuiti alla custodia interior in cui fu rinchiusa Agata. Una prima sala voltata rettangolare, cui oggi si accede dalla piccola porta sul fianco nord della navata della chiesa, è stata datata con certezza all’epoca romana e sarebbe ascrivibile ad un “edificio su podio” (un tempietto o un heroon), costituendone la favissa o la camera sepolcrale. A partire dal VI-VII secolo, a seguito dell’inurbamento del culto agatino, il vano in questione venne identificato con il carcere romano e in esso, così come sui resti del presunto pretorio (sotto l’attuale chiesa di Sant’Agata la Vetere), fu ambientata la vicenda di Agata.
Oltrepassata la sala voltata, si apre un secondo vano che si affaccia sulla piazzetta antistante la chiesa: si tratta chiaramente di un ambiente più tardo rispetto al precedente, in quanto ricavato all’interno delle mura spagnole di Carlo V che nel XVI sec. vennero erette in prossimità del santuario, inglobandone le strutture all’interno del cosiddetto “Bastione di Sant’Agata” e che sono tuttora chiaramente riconoscibili dall’esterno per il paramento murario caratterizzato dal tipico andamento “a scarpa”.

Arte e Devozione

Il quadro

La più importante opera d’arte custodita nella chiesa è senza dubbio la grande tavola che adorna l’altare maggiore, opera di Bernardino Niger (1588) che rappresenta Sant’Agata condotta al martirio. Si tratta di una rappresentazione atipica per il soggetto rappresentato – il martirio della fornace piuttosto che quello dei seni –  e per il momento scelto che si riferisce non al supplizio ma al momento immediatamente precedente.
Nella rappresentazione, svolta dal pittore con grande maestria, egli manifesta senza dubbio influenze manieriste (frutto forse di un viaggio a Napoli) riscontrabili nell’uso del colore, nel movimento e nella caratterizzazione emotiva dei personaggi rappresentati.

Le orme

Sulla parete nord della navata della chiesa, accanto alla porta del Carcere, una piccola nicchia conserva quelle che la tradizione indica come le orme di S. Agata. In merito all’episodio esistono numerose versioni: la più nota narra che, condotta dinanzi al pretore Quinziano che la interrogava e la esortava a venerare gli dei pagani, Agata abbia risposto: “E’ più facile che si rammollisca questa pietra, piuttosto che il mio cuore alle tue blandizie” e così detto battendo con il piede sul pavimento vi abbia lasciato le impronte.
C’è da dire che vi sono in Sicilia altre tradizioni analoghe relative alla “pedata di Sant’Agata”: una nel catanese – vicino Mascali – e l’altra a Palermo, legata alle presunte origini palermitane della Santa.

La cassa

Esposta fra la nicchia delle Orme e l’ingresso del Carcere si trova una parte della cassa che servì per il trasporto delle reliquie di Sant’Agata da Messina a Catania, durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli, come attesta l’iscrizione in lettere dorate.
Secondo la tradizione, nel 1040 le reliquie di Sant’Agata furono trafugate (insieme a quelle di altri santi siciliani, fra cui Santa Lucia) dal generale bizantino Giorgio Maniace e portate a Costantinopoli. Li rimasero per 86 anni finché Sant’Agata non apparve a due soldati – Giliberto e Goselmo – ordinando loro di riportarle nella sua patria. Questi dapprima le nascondono all’interno delle faretre per riuscire a fuggire da Costantinopoli ed in seguito ad un avventuroso viaggio che tocca la Puglia, poi Messina ed infine Acicastello, le riconsegnano al Vescovo Maurizio il 17 Agosto 1126.

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