Antica Pieve S. Maria in Silvis

Descrizione

Descrizione
La chiesa di Santa Maria in Silvis contiene nella propria denominazione il ricordo della sua originaria e remota edificazione in un’area boschiva (silvis=boschi), ricca di vegetazione e di acque. Non sappiamo se vi fosse un edificio pagano precedentemente, ma scavi condotti all’interno hanno rimesso in luce un manufatto di epoca romana che era stato riutilizzato come fonte battesimale nella chiesa medievale (di cui parleremo più avanti). Notizie annalistiche portano a ritenere che una chiesa sorgesse a partire dall’VIII secolo d.C. Nel 774 Carlo Magno concesse infatti ai monaci benedettini di Tours ampi territori in Valle Camonica, a cui corrispose la nascita di importanti Pievi. Pisogne faceva parte di quella di Rogno, dalla quale si staccò intorno al X secolo, data in cui fu ceduta al vescovo di Brescia, che nel borgo fortificato possedeva un’importante curia. Il vescovo fece edificare ex-novo la chiesa nell’ XI secolo, che andò ad affiancarsi alla più antica Pieve di S. Stefano di Rogno, collocata soltanto pochi km più a settentrione.
Attualmente il visitatore che si reca in S. Maria in Silvis deve leggermente uscire dal centro abitato, dirigendosi verso nord sulla strada che conduce a Fraine e ha l’impressione che l’edificio sorga ai limiti del paese, ma è proprio questa posizione che la rese uno dei più importanti edifici del lago d’Iseo. La sua posizione consente ancora oggi la vista panoramica del lago sottostante e delle montagne; questo può farci risalire ad una posizione di natura strategica. Da qui infatti transitavano due importanti direttrici, la Strada delle Longhe e la Strada Comunale. L’edificio della pieve affaccia il lato ovest (quello della facciata principale) su uno slargo; il lato nord su una zona partiva, i lati est e sud si trovano di fronte ad un agglomerato storico, probabilmente contemporaneo alla chiesa stessa. La chiesa è preceduta da una scalinata di accesso frontale, che ne rimarca l’autorevole importanza; la scala termina in un sagrato di forma irregolare.
Nel XII secolo papa Innocenzo III emanò una Bolla in cui la Pieve compare tra i beni posseduti dai Benedettini di Brescia. Nel 1430  la Pieve continuò ad esercitare la sua completa autorità parrocchiale sui titoli sussidiari. Nel 1463 si era già compiuta una completa separazione fra la matrice e le chiese filiali. Poco tempo dopo avvenne il restauro che la portò alle forme ancora oggi visibili. Aggirando l’edificio e portandoci sul lato sud si apprezzerà la presenza di una finestrella (tamponata) con armoniosa ed elegante cornice orientaleggiante. Al di sotto della finestra si trova un oculo facente forse parte della costruzione precedente.
L’aspetto attuale della facciata principale, piuttosto scenografico, è quello conferitole verso la fine del XV secolo (sul portale è presente la data del 1485): la bella facciata a capanna con tetto a doppio spiovente è caratterizzata da riquadri geometrici affrescati di gusto rinascimentale (rifatti nel XVIII secolo). Superiormente si osservano archetti ciechi intonacati, a differenza di S. Maria della Neve dove si apprezzano ancora affreschi. Nella parte alta vi sono due finestrelle rettangolari, sprovviste di cornice. Con la chiesa di S. Maria della Neve, di cui abbiamo parlato diffusamente in un lavoro a parte, ha in comune lo stile del portale architravato in pietra Simona di Gorzone, con lunetta ad arco a tutto sesto e inserti in marmo bianco di Vezza per la chiave di volta e per le due statue (In Santa Maria della Neve vi è solo una statuetta della Madonna). L’Iscrizione dell’architrave recita:
S.G. HEC. E. PLEBES. S. MA. DE. PISOG. / AVE. MARIA. GRACIA. PIENA / REFORMATA. 148V. DIE. RB. IUNI. S. SEB.
La statua più grande appoggia sulla mensola della lunetta e si staglia su uno sfondo azzurro trapunto di stelle; quella più piccola si trova all’interno di un tondo raggiato, in maniera tale che la Vergine sembra diffondere raggi dal suo corpo.
Nel 1490, a conclusione dei lavori, fu eretto il campanile.
Entrando si accede all’unica navata terminante in un presbiterio quadrangolare; l’aula, orientata sull’asse E-O con ingresso a occidente, è divisa in campate scandite da tre archi a sesto acuto che scaricano su piedritti e reggono il tetto a doppio spiovente con travatura lignea a vista. Uno dei più pesanti rimaneggiamenti si ebbe nel 1580 dopo la visita pastorale di S. Carlo Borromeo che descrisse la presenza di tre altari nell’edificio. A quanto pare non sembrò gradire molti aspetti di questo tempio. Ordinò che fosse rifatto il pavimento in cotto, che fossero imbiancate le pareti (quindi diversi affreschi furono coperti di calce!), furono aperte le due cappelle laterali (una dedicata alla Vergine del Rosario e l’altra a S. Gerolamo Emiliani) e ordinò di apporre un’inferriata a protezione del Battistero. In seguito all’applicazione di queste disposizioni, diversi affreschi furono irrimediabilmente distrutti.

La chiesa quattrocentesca si fregiava di diverse pregevoli opere ad affresco eseguite da vari artisti e in particolare da Pietro da Cemmo sul finire di quel secolo: tra tutte il ciclo di Storie della Vergine. Vi era inoltre una mirabile Danza Macabra o Dogma della Morte (oggi rimane solo una parte): la sua lettura deve partire dalla controfacciata e prosegue sul lato settentrionale, dove poi si interrompe perchè fu aperta per volere del Borromeo una cappella non presente in origine e tutti gli affreschi che si trovavano su quella porzione di muro andarono distrutti. Nella rappresentazione trovano posto vari personaggi di diversa estrazione sociale che marciano nella stessa direzione accomunati dalla medesima fine. Nel corso del 1600 fu modificata la volta del presbiterio e furono aperte delle finestre. Nella seconda metà del 1700 avvenne un fatto importante: la collocazione nella chiesa delle reliquie di  S. Costanzo; a questo periodo dovrebbero risalire gli stucchi degli altari laterali. Alla fine di quel secolo, però, con i cambiamenti politici e sociali, la Pieve cessò la propria funzione di chiesa parrocchiale perchè ne venne realizzata una nuova (l’attuale che chiude Piazza del Mercato) e le reliquie di S. Costanzo furono ivi traslate nel 1806.

Fino al 1933 l’interno della chiesa di S. Maria in Silvis si presentava intonacato;  quell’anno iniziò il rinvenimento di alcuni affreschi ma passarono molti decenni prima che si procedesse al loro studio e al loro restauro (1978-1979), grazie al quale possiamo oggi ammirarli.
Ma nessuno ancora sapeva cosa si celasse al di sotto del pavimento, che dal 1400 sigillava la stratigrafia precedente! Per scoprirlo si dovette attendere il 2001 ma ne valse la pena! Entrando nella chiesa già si trova qualcosa di particolare: uno scavo a cielo aperto che consente di accedere ad un livello più basso del piano di calpestio della navata, dove troviamo l’apparato battesimale a immersione della chiesa medievale, composto da più elementi tra cui la vasca, che reimpiegò il blocco centrale di un monumento funerario della metà del I secolo d.C. con dedica al sacerdos Augusti Tiberio Claudio Numa. Quindi una tomba pagana fu trasformata in fonte battesimale, simbolo di vita eterna.
Prima di accedere al piccolo vano con i reperti, si dia un’occhiata alle lapidi pavimentali.
L’ara, datata alla metà del I secolo d.C., suggerisce l’esistenza non molto lontano di una villa, rimasta verosimilmente in uso fino al V-VI secolo d.C. quando, analogamente a quanto riscontrato altrove, per iniziativa vescovile e con la collaborazione dei proprietari, sorse una chiesa battesimale preposta alla cristianizzazione del territorio”. Ricordiamo che in Valle Camonica l’affermazione definitiva del Cristianesimo si ebbe tra il 900 e il 1000 d.C. (tardi, rispetto ad altre zone). “Il monumento funerario conserva sulle facce laterali due bassorilievi con Eroti con fiaccola accesa, secondo uno schema tipico delle raffigurazioni funerarie. Al centro si legge una dedica al sacerdote del divo Augusto Tiberio Claudio Numa e a una donna di nome Claudia Seconda. L’appartenenza del sacerdote alla tribù Quirina indica il legame con la Valcamonica e il gravitare del territorio verso la Civitas Camunnorum“.
I vari livelli di frequentazione sotto l’attuale calpestio furono inglobati all’interno dell’edificio rinascimentale. Si tratta di quasi 200 metri quadri di strutture medioevali, in buona parte demolite per la costruzione dell’attuale chiesa.
Lungo la navata si osservano degli oblò attraverso i quali si dovrebbero vedere altre vestigia ma problemi di umidità impediscono di farlo. Sul lato opposto al fonte battesimale, nella navata a destra, è interrato un forno per la fusione delle campane, risalente al X secolo, pensate un po’! Peccato non sia possibile documentarlo tramite il vetro (è stato fatto anche l’impianto di illuminazione ma la condensa non mostra le strutture sottostanti!).
La chiesa era inoltre dotata di un esemplare di organo completamente realizzato in legno, il quale risulta disperso: si trovava in una nicchia sul lato destro della navata, oggi coperto da una grande tela ottocentesca. Purtroppo nel luglio 1990 la chiesa fu oggetto di ruberie da parte di ignoti, che trafugarono alcune parti lignee del pulpito, della soasa d’altare e di statuette marmoree degli altari laterali.
Gli scavi all’interno dell’antica pieve iniziarono nel 2001 e durarono diversi anni, tant’è che la chiesa ha riaperto al pubblico nel 2007. Attraverso tali lavori si è però scoperta integralmente la pianta della chiesa medievale dell’XI secolo, che aveva tre navate, un campanile e una cripta realizzata a livello del pavimento dell’aula. Alla cripta si accedeva da tre ingressi ed era suddivisa in tre navatelle scandite da quattro colonnette in conci di pietra. Di conseguenza la zona presbiteriale era sopraelevata di circa 3 m dall’aula. Al centro della cripta vi era una sepoltura privilegiata, ma a chi apparteneva? Forse – suggeriscono gli esperti – al fondatore della pieve stessa o ad un personaggio che godeva di particolare venerazione (forse un santo). Certo a vederla è molto interessante e suscita domande, ma non è l’unica: tra le altre cose ci ha sorpreso la presenza di un grosso masso irregolare all’interno della cripta. Il coro è individuabile per mezzo del sedile che correva lungo il perimetro. Alla chiesa del XV secolo si deve ascrivere la realizzazione della scalinata di collegamento tra cripta e presbiterio, e la conseguente ablazione dell’ingresso centrale all’ipogeo. La nostra visita finisce qui, proprio in questa cripta che si era persa nella memoria da secoli. È un luogo che va messo nella vostra agenda di viaggio, se non lo avete ancora visitato!

Autrice: Marisa Uberti. Pubblicato il 07/06/2020 nel sito internet “A due passi nel mistero”, portale di ricerca, cultura e scoperta.

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