Addolorata del Pianto

Descrizione

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MADONNA DEL PIANTO: si tratta del santuario più celebrato e conosciuto in tutta la Valsabbia per un particolare miracolo che vide protagonista un certo Giovanni Antonio Dusi, fu Roberto, nativo del luogo. Uomo di povera condizione, tornando da Venezia, ove gran tempo aveva dimorato per affari aveva portato come ricordo una tavoletta di legno con dipinta una Madonna bizantina in atto di nutrire il figlio. Ogni sera, riunita la famiglia davanti alla devota Immagine, che aveva posta in un’anconetta con due portelline, vi recitava il rosario e quando tutti s’erano ritirati Caterina, figlia unica del Dusi, rimaneva in fervorosa orazione. Ora avvenne che la sera del 30 aprile 1601 Caterina, mentre pregava sola davanti alla sacra tavoletta, vide scendere dagli occhi della Vergine abbondanti lagrime. Sorpresa da tale prodigio, chiamò con grida i genitori che accorsi raccolsero subito le lagrime in un vaso di terra. Il trambusto che ne nacque risvegliò gli uomini e le donne del vicinato che fra la commozione e la devozione videro il prodigioso spettacolo prolungarsi anche il mattino seguente. Avvertito il vescovo di Brescia mons. Marino Giorgi, questi il 18 giugno elesse il dottor teologo Aurelio Averoldi, poi vescovo di Castellaneta nelle Puglie, a recarsi in sua vece a Ono con notaio episcopale per dare inizio al necessario processo canonico. L’Averoldi, giunto a Ono e visitata la casa del Dusi, stimò che l’Immagine venisse consegnata nelle mani del parroco don Costantino Niccolini, perché «tunc temporis», la custodisse privatamente, senza lasciarla vedere se non dopo compiute le canoniche inquisizioni e la concessione del permesso del vescovo il quale volle che la Immagine fosse portata a Brescia in episcopio, rimandandola a Ono dopo due mesi. Conclusosi, dopo alcuni mesi, il processo il vescovo concedette facoltà di poter esporre l’immagine sopra un altare della parrocchiale. Il parroco l’espose per la prima volta alla pubblica venerazione sull’altare del Rosario, ed ivi venne custodita fino al 25 marzo 1610.
La fama del prodigio si diffuse ben presto ovunque e folle di fedeli convennero con copiosissime offerte nella terra di Ono, ove non riuscì allora difficile ad alcuni vagabondi questuare per la Madonna miracolosa di Ono per proprio tornaconto. Cosicchè il 3 settembre 1602 il Vicario generale ordinò che tali falsari venissero tosto arrestati e tradotti nelle carceri di Brescia. L’ordine fece presto sparire quei ladri che carpivano dalle mani dei fedeli le offerte tanto generosamente elargite.
Nel mese di novembre 1602 il vescovo di Brescia venne a Ono e concesse il giorno quattro dello stesso mese agli abitanti di Villa a mattina che, con le offerte dell’immagine, potesse essere istituita una cappellania nell’oratorio di S. Salvatore, piccola chiesetta edificata l’8 luglio 1590 da Giacomo Dusi, «il quale desiderava di edificare il Tempio di Salomone» come si legge in una epigrafe della porta d’ingresso. Ottenuto questo decreto gli abitanti di Villa chiesero di avere nel loro disadorno oratorio l’immagine della Vergine che non aveva disdegnato di abitare nella povera casa del Dusi loro conterraneo. Queste concessioni accrebbero il malcontento degli abitanti di Villa a sera i quali non stimavano conveniente che un’Immagine venerata da tante persone venisse tolta da un’ampia chiesa per essere rinserrata in una angusta e disadorna chiesetta. Proposero invece di ampliare e arricchire la loro parrocchiale di San Zenone in modo che potesse contenere i devoti indigeni e forestieri. La nuova fabbrica di cui si fece promotore anche p. Serafino Borra cominciò infatti, e già era stato innalzato il coro quando, per acri e violente opposizioni sorte fra le due frazioni, il vescovo la interdisse e i lavori rimasero incompleti fino al secolo successivo. Finalmente gli animi si composero in pace e l’8 marzo 1610 il vescovo concesse la traslazione della venerata immagine nell’oratorio di S. Salvatore. Il trasporto venne solennemente eseguito nel giorno festivo della SS. Annunciata, 25 marzo, dal vicario foraneo di Savallo, don Barbieri, assistito dal domenicano padre Borra, maestro di teologia e vicario del S. Ufficio, pur egli nativo di Villa a mattina che già aveva accelerato le pratiche per il riconoscimento del miracolo. Giunta la processione a S. Salvatore, l’immagine rimase esposta per tutto il giorno e da quel momento la chiesetta fu detta della Madonna di Ono.
L’affluenza dei devoti convinse anche gli abitanti di Villa a mattina ad erigere un più ampio santuario. Se ne interessò Borra che ottenne tutti i dovuti permessi. Il progetto cui prestarono la loro opera gli architetti G.B. Lantana e Giovanni Antonio Biasio fu presto approvato. Alla fabbrica fu deputato G.B. Borra, che riuscì in breve a raccogliere una gran quantità di materiali per cui il 18 maggio 1610 il cerimoniere vescovile, a ciò incaricato dal vescovo, benedisse la prima pietra. Poi fu una gara di generosità sia di lavoro che di denari per cui ben presto, nel 1615 il santuario era una realtà. Ne risultò un bel monumento d’arte sia per l’architettura che per le preziose raccolte in esso contenute. Un decreto vescovile del 26 luglio 1618 sottoponeva il Santuario ad una apposita commissione, mentre una bolla di Urbano VIII del 14 novembre 1623 approvava la traslazione della sacra immagine, i decreti emessi dal vescovo di Brescia, la nuova fabbrica al posto dell’oratorio di S. Salvatore e concedeva l’indulgenza plenaria ai fedeli che avessero visitato il santuario nel giorno della sua solenne festa, cioè l’8 settembre di ogni anno.
Il 6 maggio del 1628 la nuova chiesa veniva benedetta da fra Michele Veroglio, bresciano dell’ordine dei conventuali di S. Francesco, già vescovo di Zante e Cefalonia. Se l’esterno è semplice con la facciata in cui spicca solo il portale in pietra nera con porta intagliata in legno, un affresco e un elegantissimo rosone, l’interno è quanto di più elegante e ricco si possa aspettare in un piccolo centro di montagna. Il vano, come ha rilevato Alfredo Bonomi, non particolarmente vasto, è così ben proporzionato che è nel medesimo tempo raccolto e monumentale. Alla navata corrisponde un misurato coro e, quasi a rendere più equilibrato lo spazio, si aprono ai lati di essa due cappelle simmetriche. Sembra di entrare in una grande aula ove la misura regna sovrana e dove l’attenzione viene subito indirizzata verso una meta ben precisa, in questo caso l’altare maggiore e la sua leggiadra custodia marmorea che contiene il quadro miracoloso. L’altare maggiore, secondo una tradizione, sarebbe opera del Lantana. Secondo il Bonomi vi sarebbero aggiunte dovute all’intervento dell’architetto Antonio Biasio nel 1734.
L’insieme, sostiene il Bonomi, è uno strabiliante esempio di scultura e di intarsi marmorei. È certamente l’altare più bello della valle Sabbia. Al centro del paliotto un medaglione di marmo bianco raffigura l’abbraccio tra la Vergine e S. Elisabetta. Ai lati due splendidi angeli, sempre di marmo bianco, rendono il tutto più lezioso. Fiori, festoni in marmi diversi, preziosi e ricercati, su sfondo scuro, completano il tutto. Il tabernacolo sembra una piccola chiesa barocca, tanto è scenografico e mosso. La pala rappresentante la nascita della Vergine che sostituì un’altra pala del Bagnadore raffigurante la Vergine e i S.S. Zenone, Antonio, Domenico e S. Caterina da Siena, ora nella parrocchiale, è opera del Paglia (1728). Stupenda è l’ancona, di Antonio Montanino, ricca di colonne, di statue e di fiorami. Bellissimo è il deposito marmoreo situato sull’altare maggiore dei santi martiri e poi rifatto nel 1734 su disegno del Biasio. Nell’urna centrale è custodita la venerata icona, racchiusa sotto due antelle dipinte da Andrea Celesti. Ai lati in altre due nicchie pure chiuse da antelli dipinti dallo stesso pittore, si conservano i corpi dei santi martiri Beatrice e Felice. Notevoli le statuette della Fede e della Carità ai lati del deposito della veneratissima immagine della Madonna del Pianto. I preziosi marmi dell’altare e del deposito sono fastosamente contornati dalla grandiosa soasa scolpita dal Lancillotti che incornicia la Pala della nascita della Vergine. Questo Lancillotti, molto di moda nella seconda metà del 1600, ci ha lasciato qui un grande impianto scenografico ma poco plastico. Gli scanni del coro con cariatidi, cimase con fiorami sono sicura guida per la attribuzione ai Boscaì. Questo coro è quasi uguale a quello di Presegno e si può attribuire a Giovan Battista Pialorsi o al figlio Francesco, eseguito tra il 1700 e il 1710. La pala dell’altare di sinistra raffigurante il Crocefisso, i S.S. Pietro e Paolo, Rocco e Sebastiano è di G. Barbelli, pittore cremasco (datata 1631). La pala sovrastante che rappresenta la circoncisione, è attribuita da alcuni ad Antonio Dusi pittore locale morto a Brescia nel 1766. La decorazione è, secondo il Bonomi, di un buon pittore ma sconosciuto.
Il santuario venne affrescato nel 1615 da Camillo Rama che nel presbiterio rappresentò la Gloria della Vergine e nella volta della navata l’Assunzione oltre ad altri più piccoli affreschi raffiguranti l’Annunciazione a Maria e Giuseppe, tutti contornati da eleganti stucchi con modanature dorate. Sulle pareti della navata sono incastonate con belle cornici in stucco 4 grandi tele. Sopra la porta centrale c’è «L’adorazione dei Magi». A destra, sopra il confessionale «La Presentazione al Tempio». A sinistra, sempre sopra il confessionale «l’incontro tra la Vergine e S. Elisabetta». Sempre a sinistra, sopra il pulpito fa bella mostra lo «Sposalizio della Vergine». Sicuramente almeno due di queste e cioè «Lo sposalizio» e «L’incontro tra la Vergine e S. Elisabetta» sono a giudizio del Bonomi dello stesso autore della pala della «Circoncisione». Ci sono molti elementi comuni, mentre le altre due invece sono di più fiacca esecuzione anche se di buona mano. Nel presbiterio, sulla sinistra, in una cornice dorata ed in una scenografica finta finestra di stucchi, in una tela ovale è rappresentato un fatto tolto dalle tradizioni apocrife: la disputa della Vergine fanciulla con i sacerdoti del tempio. I colori sono vivaci e l’insieme buono. Altri quattro tondi con santi completano la rassegna delle tele della navata. Questi ultimi sono sicuramente della stessa mano dell’ovale del presbiterio e di un pittore legato agli influssi del Celesti. L’organo attuale è opera dei Fratelli Perolini ed è chiuso in una nicchia con voltone in legno dipinto e dorato con cariatidi ai lati ma già nel 1734 era in funzione un altro organo. Il Bonomi segnala anche che i paliotti ed i parapetti degli altari laterali sono un «recupero» e provengono dalla demolita chiesa di S. Domenico in Brescia. Sono un buon esempio di lavorazione dei marmorai di Rezzato e sono stati montati nel 1849 e nel 1851.
Fra le grazie segnalate citeremo la guarigione della moglie di Giovanni Antonio Dusi, ammalata di epilessia, avvenuta nella stessa notte del pianto della Vergine. La guarigione miracolosa avvenuta il 15 agosto 1612 di un infermo di nome Lorenzo Facchinetti, quella di Bartolomeo Piatti avvenuta il 20 luglio 1612 e di molti altri. Alla Vergine del Pianto fu attribuita nel 1855 la preservazione di Ono e dei paesi circonvicini dal colera.

dal sito internet: https://www.enciclopediabresciana.it/enciclopedia/index.php?title=ONO_Degno

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