Basilica Santuario del Carmine Maggiore

Descrizione

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LE ORIGINI

L’origine del culto a S. Maria del Carmine detta “La Bruna”, in Napoli risale al secolo XIII.
In quell’epoca, nella vasta zona del Campo Moricino, lambita dal mare e fuori la città, esisteva una chiesetta dedicata al grande taumaturgo S. Nicola Vescovo di Mira comunemente conosciuto come S. Nicola di Bari.
Questa chiesetta custodiva in una grotta o cripta una icona raffigurante una Madonna con il Bambino, che una tradizione posteriore affermava esser stata portata dai frati carmelitani quando furono costretti a lasciare il Monte Carmelo in Palestina, alcuni di essi si stabilirono nel ricordato Campo Moricino, forse in un anno imprecisato verso la metà del secolo XIII e certamente prima del 1268.
Tale immagine riscosse ben presto la fervida devozione degli umili abitanti delle zone del Moricino e dell’arena.
La vicinanza poi del mercato favoriva un continuo diffondersi del culto.
Quanto ormai fosse già vasta questa devozione è testimoniato nel 1457 da una bolla di papa Sisto IV, nella quale si specifica che il “popolo napoletano” era solito recarsi numeroso a visitare la chiesa, eretta dai carmelitani alla fine del secolo XIII sul luogo della ricordata chiesetta di S. Nicola, per venerare questa sacra immagine e lucrare l’indulgenza plenaria dall’inizio di agosto fino all’ 8 settembre, giorno dedicato alla natività della Madonna.

L’ASSUNZIONE DI MARIA

Gli anni del primo periodo angioino a Napoli segnano il consolidamento e lo sviluppo degli ordini religiosi detti Mendicanti, sorti quasi tutti all’inizio del XIII secolo. Il pullulare delle nuove comunità, che si aggiungevano o a volte si sostituivano alle preesistenti, segnava generalmente un settore positivo per gli aspetti spirituali, sociali e culturali della città.
A Napoli tra queste nuove comunità fu presto nota quella dei carmelitani. Non si conosce la data del loro primo insediamento nel territorio partenopeo, ma sembra essere da porre verso la metà del secolo XIII. Ciò avvenne, come già è stato ricordato, presso la chiesetta di S. Nicola di Bari nel Campo Moricino, fuori città. La prima notizia documentata sulla loro presenza in questa località è in una notizia che riferisce la tragica fine dell’ ultimo rampollo degli Hohenstaufen, Corradino, decapitato assieme al suo giovane cugino Federico d’Austria il 29 ottobre 1268 “presso il luogo degli eremiti”. I loro corpi furono sepolti provvisoriamente in un fosso scavato sullo stesso luogo del supplizio, ed in seguito, nel 1269, i Carmelitani diedero ad essi pietosa sepoltura nella loro chiesa.
Il 27 giugno 1270, su istanza degli stessi frati, Carlo I d’Angiò concedeva, in perpetuo ed in suffragio dei suoi genitori Luigi VIII e Bianca reali di Francia, un terreno di ottocento canne quadrate (pari a mq. 3893,76) affinché “vi edificassero una nuova chiesa, oratorio e case per la loro abitazione e servizio”. Tali edifici vennero costruiti tra il 1283 e l’inizio del Trecento, mentre era Priore un certo fra’ Ruggero. La tradizione popolare vuole che la madre di Corradino, Elisabetta di Baviera, portatasi a Napoli per riscattare il figlio, avendolo trovato morto, avrebbe devoluto la somma del riscatto a favore dei Carmelitani perché ne suffragassero l’ anima. Se la presenza di Elisabetta di Baviera a Napoli non è storicamente verificabile, è certo però che già nei secoli XV-XVI i frati celebrassero ogni giorno all’ altare maggiore una messa in suffragio dell’ “imperador Corradino”, come attesta il codice del sec. XVI che riporta un precedente documento del 1474 con la lista dei legati di messe, databili ad epoche anteriori. Questo suffragio durò fino al XIX secolo La indicazione di questo legato al primo posto nel ricordato elenco induce a pensare che ai carmelitani comunque arrivasse la somma già destinata al riscatto di Corradino.
Però il maggior contributo per l’edificazione della nuova chiesa e convento venne da parte angioina e precisamente da un donativo di mille ducati fatto dalla regina Margherita di Borgogna, seconda moglie di Carlo I. Seguirono altre donazioni notevoli da parte di Francesca Seripta e di Ser Mauro Frezza. Alla morte della regina Margherita (1308) i frati per gratitudine le assegnarono un suffragio quotidiano, riportato al secondo posto nel ricordato elenco, e le innalzarono una statua di marmo (oggi al museo di S. Martino), la quale per molto tempo si ritenne erroneamente che raffigurasse invece l’ infelice madre di Corradino.
Nel 1304 la nuova Chiesa, sorta in forme gotiche, non aveva ancora inglobato la precedente chiesetta di S. Nicola; cosa che avvenne negli anni immediatamente seguenti. Fu dedicata alla Vergine Assunta, la cui immagine su tavola venne messa all’ altare maggiore, mentre l’icona de La Bruna rimaneva nella cripta fino al 1500.
La dedicazione all’ Assunta, da qualcuno attribuito alla volontà dello stesso re Carlo I, in realtà rientra nel consueto modo d’ intitolare le prorpie chiese in quell’epoca da parte dei Carmelitani, che sceglievano di frequenza o il titolo dell’ Annunziata o quello dell’ Assunta. La consacrazione liturgica col titolo del Carmine, nonostante che così fosse ben presto chiamata comunemente dal popolo, avvenne solo nel 1828.

LA DEVOZIONE

L’origine del culto a S. Maria del Carmine detta “La Bruna”, in Napoli risale al secolo XIII.
In quell’epoca, nella vasta zona del Campo Moricino, lambita dal mare e fuori la città, esisteva una chiesetta dedicata al grande taumaturgo S. Nicola Vescovo di Mira comunemente conosciuto come S. Nicola di Bari.
Questa chiesetta custodiva in una grotta o cripta una icona raffigurante una Madonna con il Bambino, che una tradizione posteriore affermava esser stata portata dai frati carmelitani quando furono costretti a lasciare il Monte Carmelo in Palestina, alcuni di essi si stabilirono nel ricordato Campo Moricino, forse in un anno imprecisato verso la metà del secolo XIII e certamente prima del 1268.
Tale immagine riscosse ben presto la fervida devozione degli umili abitanti delle zone del Moricino e dell’arena.
La vicinanza poi del mercato favoriva un continuo diffondersi del culto.
Quanto ormai fosse già vasta questa devozione è testimoniato nel 1457 da una bolla di papa Sisto IV, nella quale si specifica che il “popolo napoletano” era solito recarsi numeroso a visitare la chiesa, eretta dai carmelitani alla fine del secolo XIII sul luogo della ricordata chiesetta di S. Nicola, per venerare questa sacra immagine e lucrare l’indulgenza plenaria dall’inizio di agosto fino all’ 8 settembre, giorno dedicato alla natività della Madonna.

ICONA MADONNA BRUNA

L’icona della Vergine Maria del Monte Carmelo detta “La Bruna” sembra opera di scuola toscana del secolo XIII. Si tratta di una tavola di forma rettangolare, alta un metro e larga cm 80. L’immagine è del tipo detto “della tenerezza” , in cui i volti della Madre e del Figlio sono accostati in espressione di dolce intimità. Come ogni icona, anche quella de “La Bruna” è frutto di orazione e di contemplazione e offre un messaggio. La bellezza stessa dell’icona e la forza evocatrice conducono ad una contemplazione del mistero di Cristo con la Madre che qui viene presentato, che alimenta amore e venerazione per la Madre di Dio e degli uomini , riscalda e vivifica il cuore , aprendolo alla speranza della salvezza. In particolare la composizione presenta dettagli interessanti che aiutano a comprendere i valori della persone e del ruolo di Maria nel mistero della nostra salvezza e pertanto i valori che risultano ispiranti di vita e di pietà mariana.
Nell’icona della Bruna si colgono i seguenti elementi simbolici e dettagli di cui si offre qui schematicamente il significato, secondo i canoni pittorici dell’epoca:
1) Le aureole dorate ( oro = colore del sole ) e il fondo anch’esso dorato del quadro indicano la santità della Madre e del Bambino, sostenuti sempre dalla presenza di Dio.
2) Il colore azzurro-verde ( colore dell’acqua marina, simbolo della fertilità ) del manto di Maria proclama la sua Maternità divina.
3) Il colore rosso ( simbolo dell’amore ) della tunica sotto il manto e della quale una parte copre il bambino, indica il forte e tenero amore della Madre verso il suo Figlio Gesù.
4) La stella con coda pendula del manto di Maria è segno della sua verginità perpetua prima, durante e dopo il parto.
5) Il colore (pelle di pecora) della tunica del bambino ci indica: ecco qui l’Agnello di Dio.
6) Il volto del Bambino non esprime una sembianza fanciullesca, quasi ad indicare l’eternità del Verbo fatto carne.
7) La mano sinistra di Maria, che tiene sicuro in braccio il Figlio è segno di tenerezza. La mano destra, in risposta alla nostra supplica: “Mostraci Gesù, frutto benedetto…”, ci indica: “Ecco il cammino, la verità e la vita”.
8) I volti della Madre e del Bambino sono accostati in espressione di dolce intimità.
9) Gli occhi di Maria e di Gesù sono rivolti verso di noi, al di là dell’Icona, ed esprimono così la missione redentrice di Gesù e la partecipazione corredentrice di Maria.

IL CROCIFISSO MIRACOLOSO

Citiamo integralmente il racconto del miracolo del Crocifisso esposto dal P. Filocalo Caputo nel suo volume “Il Monte Carmelo” quarta ed., Napoli 1683, così come egli lo ha desunto da una pergamena antica che era conservata nell’Archivio del Convento (detta pergamena è citata anche dal P. Pier Tommaso Moscarella nella Cronistoria del Carmine; da Francesco di Rosa nel Lib. de’ Miracoli della Madonna del Carmine di Napoli; da Tommaso Costo nell’Annotazioni sul Lib. 6 del Collennuccio; da un religioso dello stesso convento (forse P. Mariano Ventimiglia) nell’Istoria delle Miracolose Immagini della Gran Vergine Madre Maria del Carmine e del Santissimo Crocifisso, Napoli, 1769). Nella seconda metà del 1700, detta pergamena fu ricopiata, e oggi la si conserva ancora, sebbene sia alquanto danneggiata.
Del Miracoloso Successo del
Santissimo Crocifisso posto nella regale chiesa
di S. Maria del Carmine di Napoli
Si ritrova nella Chiesa di Santa Maria del Carmine di Napoli, un’antichissima Imagine del Santissimo Crocifisso, di tanta rara scultura quanto può a ogni devoto desiderarsi di vederlo al naturale: è questa sacrata Imagine scolpita nel legno ma con tal maestria coverto, che non si può così facilmente giudicare se sia di gesso, ò veramente di stucco, essendo quella materia grossa, e soda; è di proporzionata statura, quanto può essere un’huomo perfetto, di delicatissime membra, di faccia veneranda, che apporta riverential timore, e somma divotione à chi lo mira; è posto in Croce in sembianza del nostro Redentore, quando vivo in Croce parlava all’Eterno Padre; hà li capelli non già di scoltura, ma di seta cruda, di color d’oro alla Nazarena usanza; il corpo è ben composto, e estenuato, che al vivo rappresenta li grandissimi tormenti, e flagelli, ch’hebbe nel tempo della sua Passione; tiene nel capo la Diadema, sotto del quale v’è la corona delle spine, si che qualunque persona il mira ritrova in quella sacra Imagine il vero ritratto di Cristo Crocifisso.
Stava questo venerando simulacro situato nel mezzo della Chiesa prima, che si scoprisse tanto miracoloso, mà per la gran divotione, e concorso de’ popoli; ad istanza del Serenissimo Ferdinando d’Aragona Rè invittissimo, e dell’Illustrissimo Signor Honorato d’Aragona Gaetano, Conte di Fundi, del Sig. Diomede Carrafa conte di Madalone, e d’altra nobilissime persone, per divina ispirazione, fù dove si vede, riposto; coll’haverci concedute molti Pontefici grandissime indulgenze, dall’anno del Signore 1480 nel giorno 18 di Maggio, che fù trasferita detta Imagine, il cui successo e tale.
Nell’anno 1439, mentre che Alfonso Rè d’Aragona teneva il campo nelle palude di Napoli assediando la medesima città, dispose per battere la Città le sue bombarde, tra le quali ve n’era una grossissima chiamata la Messinese, in un luogo volgarmente chiamato la Mandra vecchia, appresso la Chiesa di S. Angelo all’Arena novamente edificata appresso quello venerabile Convento di S. Maria del Carmine; con le quali bombarde non senza grandissimo danno di giorno in giorno spesse volte fu percosso dal Regale esercito detto Monasterio, essendosi di persona il Capitan Generale coll’Illustrissimo fratello del medesimo Rè, chiamato l’Infante, il quale ogni giorno con grande avidità sollecitamente sparar faceva le predette bombarde; avvenne, che un Giovedì alli 17, d’Ottobre del medesimo anno ad ora di Terza non altrimente, che far soleva comandò l’Infante, che quella bombarda Messinese drizzata fusse al dritto contro la Tribuna di detta Chiesa, tal che la medesima bombarda tormentò le mura della Città e della predetta Tribuna, e le ruinò; facendo cascar per terra la corona di spine della sacra Imagine del detto Crocifisso, e molti de’suoi capelli.
All’hora l’istessa devotissima Imagine, acciocchè non permettesse l’Onnipotente Iddio, che offesa rimanesse, miracolosamente chinò il capo, e la rotonda pietra della bombarda, si come chiaramente si vede, rimase finendo il suo impetuoso corso sopra la porta della Chiesa, rompendo il muro, e fermandosi sopra un certo tavolato.
Essendo tutto ciò accaduto, il Padre Maestro Giovanni Cingaro Napolitano Priore del Convento, Padano Napolitano Sottopriore, Fra Nardello di Composta Sacrestano, Fra Gregorio Pignatello Gentilhuomo Napolitano del Seggio di Nido, e molti altri Frati della medesima Chiesa, che all’hora vi si ritrovarono presenti, per la gran paura cascorono come morti; e poco dopo tanta ruina essendo cessata la caligine della polvere, ritornati in se stessi, mirando tutto quello, che era accaduto, cose certamente meravigliose, e stupende, subito se n’andarono à ritrovare certi Gentilhuomini Napolitani di Portanova, i quali furono posti per custodia deputati alla tutela di questo Monasterio, fra’quali v’era Luise Coppola, Filippo d’Anna, Roberto Gattola, Simonetto Scannasorci, e Vitello Sassone, con altri Napolitani, che con gran vigilanza si come si suole nel tempo di guerra, guardavano questo Monasterio.
Questi predetti Gentilhuomini havendo inteso tutto quello ch’era accaduto, corsero subito alla Chiesa, e vedendo tutto il successo esser vero, e non d’altra fonte, che da i Frati inteso havevano, non potendosi contenere dalle lagrime, e da i sospiri, che dall’intimo del cuore mandavano fuora; prostrati avanti la Sacratissima Imagine piangendo, e orando per molto spazio di tempo; e dopo consultandosi fra loro, deliberarono di levar quell’Imagine dal luogo ove stava, dubbiosi che detta bombarda non havesse un’altra volta da buttarla à terra, e farla in pezzi, essendo quell’antichissima, e devotissima à Napolitani, e per ciò fu dato ordine, che subito fusse rimossa da quel luogo, facendo in quel sito un’apparato di tavole.
A quest’atto furono presenti dodici persone, e prima Maestro Henrico Spinello, che giuntamente con suoi discepoli, affaticandosi grandemente per levare la Sacra Imagine, in nessun modo poterono rimoverla. Era all’hora la Chiesa per sì gran miracolo piena d’infinita gente così di nobili, come d’ignobili dell’uno, e dell’altro sesso, i quali vedendo questa Imagine starsi così immobile, con lagrime, e sospiri, non senza altissime voci, e lamenti, li chiedevano misericordia, ne perciò se rimosse l’Imagine dal suo luogo.
Ultimamente gridando all’Onnipotente Iddio dicevano: “Ecco Signore, che fatto havemo tutti secondo le nostre forze, che la tua Sacra Imagine restasse illesa, ma havendoti piaciuto che così stabile se ne stia, così sia fatto, e essendo tu Onnipotente facci degni di mostrarci la virtù del tuo onnipotente braccio”, tutto ciò fu il Giovedì sopradetto.
Il seguente giorno del Venerdì, nella medesima hora di Terza, siccome soleva l’Illustrisimo Infante con cinque Cavalieri, tra li quali era il predetto Conte di Fundi; venne a sollecitare le sue bombarde, e principalmente quella chiamata Messinese, erano all’hora dentro questo Monasterio molte bombarde parate per difesa, trà quali ve n’era una chiamata la bombarda pazza; all’hora uno fuori della compagnia di questa custodia, vedendo dal Monasterio quei Cavalieri essere nimici, subito appicciò fuoco alla bombarda pazza, il cui suono sentendo l’Infante, e prevedendo la pietra di quella, che andava per ucciderlo, si diede alla fuga, la pietra della bombarda primariamente percosse l’arena, doppo battendo l’Infante, li tolse il capo, frangendolo per mezzo, il cavallo del quale per lo spazio di un quarto d’ora essendo spaventato, fuggendo trasportò il corpo dell’Infante ora in uno, e ora in un altro luogo.
Doppo il medesimo Conte, e altri, che vi si ritrovorono, havendo ciò veduto, e ricovrato il cadavero dell’Infante; tosto se n’andarono al Rè Alfonso, che all’hora ascoltava la Messa nella Chiesa di S. Maria della Gratia delle Palude, alla cui Messa non senza gran pianto, e timore raccontarono l’acerba morte dell’Infante suo diletto, e caro fratello.
Havendo il Rè Alfonso udito questo funesto caso, doloroso disse; questa mattina grandemente pregai il mio diletto, e caro fratello, che se m’amava da quì avanti non avesse tormentato più colla bombarda la Venerabile Chiesa di Santa Maria del Carmine, poiché alcuni fuggiti da Napoli raccontato m’hanno lo stupendo miracolo del Crocifisso, e a queste mie preghiere l’Infante, à me più che la vita caro, nulla risposta mi diede, quasi prevedendosi, che finir doveva ben tosto la vita.
Dopo due giorni il medesimo Rè Alfonso indi partì col suo esercito, e il mezzo capo dell’Infante da uno, che fuggì dal suo esercito, fu portato alla Serenissima Reina Elisabetta, il che conobbero, e giunta al Rè Alfonso d’una certa affinitade, benche frà loro guerrigliassero, nondimeno, si come conviene à grandi Principi, si vestì di luttuosa veste, e piangendo la morte dell’Infante, scrisse al Rè Alfonso; avisandolo come con suo grandissimo dolore inteso havea la morte dell’Infante, e gli permetteva d’aprirgli la Città di Napoli, se egli celebrar volesse le funerali esequie del detto Infante, per lo che il predetto Rè Alfonso rese grandissime gratie alla Regina, e il cadavero dell’Infante fu riserbato al Castello dell’Ovo, si come fu ordinato dal Rè.
Dopo nell’anno 1441, il medesimo Rè Alfonso, ritornando all’assedio, pose il campo all’incontro di Napoli, sopra una collina, ove si dice Campo Vecchio e comandò à tutti i soldati, che niuno di loro havesse ardire indirizzar bombarde contro la Chiesa e Monisterio di S. Maria del Carmine, havendosi esso Rè collocato nella mente il predetto miracolo come fu infallibilmente eseguito continuò l’assedio il sudetto Rè Alfonso, il quale nel 1442 di giorno di Sabbato, il secondo giorno di Giugno dopo due ore soggiogò la Città di Napoli, la quale fu fino da quel tempo sotto il suo Imperio; seguendo la Domenica ad hora del Vespro, il Rè con grandissimo trionfo se n’entrò nella Venerabile Chiesa del Carmine per vedere il miracolo del Santissimo Crocifisso, à cui s’adorò divotamente, Lui l’Illustrissimo Indico d’Avololos gran Siniscalco del Regno suo Germano e altri due de’ Magnati, che assisterono al Rè con grande ossequio l’additorno il luogo da dove era venuta la palla della bombarda, il Rè comandò all’hora che fusse chiamato il Priore della Chiesa, il quale era il predetto Fra Gregorio Pignatello Baccelliere nella Sacra Teologia, il quale menò il Frà Giovanni del Signo detto lo Rosso Napolitano Diacono, e Frà Giovanni, che fu poi Provinciale della Provincia di Napoli , e havendo il Priore raccontato tutto al Rè. Comandò Sua Maestà, che il predetto gran Siniscalco salisse su la scala per vedere il Crocifisso, e per sapere se il collo del Crocifisso era sano, e intiero; il gran Siniscalco visto il tutto con esquisita diligentia, riferì qualmente era sano, e senza humano artifico.
Il Rè doppo rivoltatosi al Crocifisso inginocchiatosi per lo spazio d’una messa pianse dirottamente, e alzandosi stette in piedi, e dimandò, ove era depositato il corpo del quondam Rè Corradino, à cui fu risposto dal Padre Priore, che stava sotto l’altar maggiore; onde soggiunse il Rè, che Corradino era stato degnissimo Imperatore, e al detto Priore diede molti feudi, dicendo, pregate per me, e per tutti coloro, che erano Principi e Magnati, Oratori e Legati di tale Imperatore; e non potendosi contenere di rimirare quella Sacre Imagine, spessissime volte veniva ad adorarla, e perche il sudetto miracolo era per tutto il mondo divulgato, non cessava il Re di farli grandissimi donativi, ad esempio de gl’altri Principi.
Il medesimo Rè Alfonso, prima che da questa ad altra vita passasse, ricordandosi di questo miracolo, diede ordine, che alla Sacra Imagine del Crocifisso se gli facesse un sontuoso Tabernacolo, del che n’hebbe cura un certo Maestro Antonio Curata, e essendosi il Rè nel fine della sua vita, sapendo che il Tabernacolo non era ancora finito, lasciò nel suo ultimo testamento, che subito si fusse perfezionato.

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