Sant’Angelo d’Acri (Basilica Santuario)

Descrizione

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SANT’ANGELO D’ACRI SACERDOTE CAPPUCCINO.
Il 15 ottobre del 2017 papa Francesco ha canonizzato Angelo d’Acri, sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini (1669-1739); ha proposto, cioè, la sua santità alla Chiesa universale. E questa viene oggi proposta alla nostra terra di Calabria.
Chi è fra Angelo d’Acri? Guardiamo al suo contesto storico.
Siamo nel Meridione d’Italia della fine del XVII secolo; i principi Sanseverino governano i nostri territori; con i soprusi e le ingiustizie connesse a quell’esperienza di politica (tra minoranze ricchissime e popolazioni nell’indigenza). Le fatiche di Angelo d’Acri saranno orientate verso la difesa della povera gente.
Facciamo un passo indietro ed arriviamo alla sua esperienza vocazionale: egli desiderava accogliere la vocazione francescano-cappuccina, ma per ben due volte abbandonò la vita conventuale, per fare ritorno ad Acri ed alla vita mondana. La scelta definitiva, che passa dalla porta stretta e dalla via angusta (cfr.: Mt 7,13-14), gli incute grande timore; così come avviene oggi per la vita sacerdotale, religiosa o matrimoniale. La grazia ha vinto sulle passioni. Angelo, col raro permesso del Ministro Generale, rientra in noviziato ed emette i voti.
La sua fede viene rinsaldata. È chiamato ad una grande missione. Molto è valsa la testimonianza di vita del predicatore cappuccino Antonio da Olivadi, che predicò proprio in Acri in quel tempo di grande travaglio per l’allora Luca Antonio Falcone, figlio di una povera fornaia ed orfano di padre.
Ordinato sacerdote, lo ritroviamo di fronte ad un altro ostacolo, che lo mette in ginocchio. Nella sua prima predicazione, il quaresimale a San Giorgio Albanese (1702), fallisce, dimenticando tutte le parole da dire dal pulpito davanti a tutto il popolo; e questo avvenne per tre sere. Comprenderà che il suo stile dovrà diventare semplice, lontano dall’ampollosità dell’oratoria del tempo.
Predicherà, tra missioni popolari e quaresimali, in tutta l’Italia Meridionale, spingendosi fino a Napoli ed al territorio dell’abbazia di Montecassino; diventando “l’apostolo delle Calabrie”.
Alla predicazione si accompagneranno quelli che Giovanni chiama i “segni”: la vicinanza di Dio alle necessità dei sofferenti; le sue poche cose diventeranno presto reliquie, desiderate dai fedeli.
La sua predicazione è incentrata sulla Passione del Signore Gesù; la sua più grande devozione, infatti, sarà verso il Crocifisso e la sua dolente Madre. L’immagine tipica di sant’Angelo lo raffigura, infatti, mentre indica il Crocifisso. Sarà l’autore di un componimento, il “Gesù pijssimo” o “Orologio della Passione”: delle strofe ritmate che ricordano i vari episodi della Passione del Signore Gesù. Un altro particolare della vita del nostro santo sacerdote cappuccino ci dice che egli era solito piantare un Calvario (costituito da tre croci), leggermente distante dal centro del paese, nei luoghi in cui aveva predicato.
Gli altri amori saranno: l’Eucaristia, celebrata con grande devozione e adorata fino all’estasi; la Madonna Addolorata, di cui fece scolpire un’effige lignea per donarla al popolo acrese, per non lasciarlo orfano dopo la sua morte. La definirà «Madre dei bisogni».
Forte era l’attaccamento di sant’Angelo alla vita religiosa francescano-cappuccina. Egli ricoprì nell’Ordine anche incarichi di governo (guardiano, Ministro Provinciale, visitatore generale). Ai Frati consegna uno stile di vita santo, che poggia su “cinque gemme”: l’austerità, la semplicità, l’esatta osservanza della serafica Regola e delle Costituzioni cappuccine, l’innocenza di vita e la carità inesauribile. Ad Acri lavorò instancabilmente ed ottenne dalla famiglia dei principi Sanseverino-Falcone l’edificazione di un monastero di Sorelle Povere di santa Chiara, definite “cappuccinelle”; siamo nel 1726, anno di benedizione. La prima monaca fu proprio la figlia dei principi, che prese il nome di suor Mariangela del Crocifisso.
Sant’Angelo fu, inoltre, ricercato consigliere di governanti, nobili, sacerdoti e vescovi del tempo.
Morì ad Acri il 30 ottobre del 1739.
Nel 1743 iniziò l’iter processuale che lo portò alla beatificazione, nel 1825, da parte di Leone XII.
Pochi anni fa venne riconosciuto un miracolo di guarigione, attribuito alla sua preghiera di intercessione, che lo ha portato alla canonizzazione.
( di fra Piero Sirianni )

SOGNO… FATICHE… REALTÀ.
L’idea di costruire un tempio che onorasse degnamente il beato Angelo era nella mente di padre Giacinto già da quando viveva ad Acri.
Arriviamo, allora, all’11 maggio del 1893: posa della prima pietra; dopo le necessarie autorizzazioni dell’Ordine ed ecclesiastiche. «Oh! L’ammirabile, cara, solenne funzione! Temiamo di dire meno della verità, se noi si afferma che vi assistettero buona parte del popolo e quanto di più intelligente e di più eletto ha la nostra cittadinanza. Fin dalle 3 (pomeridiane), uomini e donne, vecchi e fanciulli, artigiani e contadini percorrevano a frotte le vie per recarsi nell’orto dei Cappuccini, dove sarà costruito il vasto elegante edificio. Alle 4,50 intervennero il Sindaco con la Giunta e il Consiglio comunale, le autorità civili e militari, una rappresentanza del clero, parecchie signore e quasi tutti i galantuomini e i notabili del paese. Quando l’egregio Definitore Generale implorò sulla detta pietra i favori celesti e, messala nel luogo destinato, vi spruzzò l’acqua santa, di cui asperse pure, girandoli intorno, i fossati per le fondamenta, vedemmo spuntare in molti cigli lagrime di tenerezza» (AZZINARI SAC. GENNARO), La benedizione della prima pietra d’una chiesa in Acri). Dopo l’avvio dei lavori, padre Giacinto ritornò a Roma, affidando ai suoi collaboratori il prosieguo dell’opera: padre Michelangelo da Rionero in Vulture (Commissario Provinciale), padre Cherubino da Mormanno (guardiano della fraternità di Acri), fra Modesto d’Acri, don Francesco Maria De Simone, il professore Nicola Romano e don Giovanni Osso, fratello germano di padre Giacinto. La fabbrica proseguì, non sempre velocemente e con non poche difficoltà. Nel 1896, alla fine del Capitolo Generale, padre Giacinto fece ritorno ad Acri.

ESTERNO
Nel suo complesso è un fabbricato grandioso sovrastato dal cupolone nella parte posteriore e da due torri campanarie in quella anteriore. Guardando la chiesa in prospettiva si vede un ambito per tutta la sua larghezza e qualche metro in profondità, delimitato da una cancellata in ferro battuto – pregiata opera dell’artigianato locale – che poggia sopra un basamento murario. Al centro della cancellata si trova il cancello d’ingresso sorretto da due colonne terminali del basamento. La facciata della chiesa, eseguita con pietra da taglio delle cave di Mendicino, presenta al centro un finestrone a balconata classicheggiante, con funzione ornamentale; è in asse col portale il cui arco costituisce una finestra a luna. È ornata da quattro nicchie disposte, rispettivamente, in alto e in basso, a destra e a sinistra del finestrone e del portale. Nelle nicchie sono collocate statue in marmo raffiguranti san Francesco e sant’Antonio in alto; l’Addolorata e il beato Angelo in basso. Tutta la facciata è movimentata da lesene e cornici e da un cornicione di coronamento. Sopra questo, al centro, vi è un fastigio triangolare che poggia sopra un tramezzo rialzante. La triangolatura del fastigio è ben evidenziata da cornici a dentelli a da un rosone al centro. Il fastigio, poi, è sormontato da una croce proporzionata all’insieme. Anche la croce, a verghe di ferro battuto, è opera dell’artigianato locale. Il tutto maschera, con ottimo effetto, il colmo della sommità del tetto. Ai lati della facciata, facenti corpo con essa e completandola, vi sono i due campanili simmetrici e prospetticamente a sé stanti per un lieve proporzionato avanzamento rispetto alla parte centrale. Ognuno ha, in basso, una finestra invetriata; in alto due rosoni sulle facce non incorporate. Sopra il cornicione di coronamento che si estende anche ai campanili, circoscritti da una appariscente balaustra e proporzionalmente rimpicciolite, sono impostate le torri campanarie quadrangolari. Le rispettive facce riproducono il prospetto della chiesa, ma vi sono ricavati finestroni con arco a centina, necessari per la diffusione del suono delle campane. I campanili sono completati dal fastigio e la cuspide piramidale. Ognuno misura complessivamente 31 metri d’altezza. In uno vi sono due grandi campane, nell’altro il campanone. Chi da opportuna distanza guarda leggermente di profilo il prospetto della chiesa, vede di scorcio una delle pareti esterne della stessa, liscia nella parte bassa, mentre più in alto vi si scorgono, in crescendo, archi ciechi nella cui sommità sono ricavate finestre a luna e invetriate. Sono quelle che all’interno corrispondono alquanto più in alto del cornicione e danno luce all’ambiente. Stando nella medesima posizione, sul fondo si può osservare la grandiosa cupola staccantesi nel cielo. Sono ben visibili gli elementi che la compongono: il tamburo poligonale con finestroni; la cupola propriamente detta con le sue nervature; la lanterna sovrapposta all’anello e sulla lanterna domina una grande croce ben visibile da lontano. L’altezza della cupola è di 35 metri.

INTERNO
Oltrepassata la soglia, ci si trova in un pronao costruito in legno con porte a vento a destra e a sinistra per l’accesso abituale, mentre al centro una porta a tutta luce viene usata per gli avvenimenti straordinari. Sovrastante al pronao vi è la cantoria sufficientemente profonda e lunga quanto la larghezza interna della chiesa. È sorretta da due imponenti colonne proporzionalmente distanti l’una dall’altra, così come lo sono dalle pareti. Al centro della cantoria corrisponde il finestrone a balconata. Il tempio è ad una sola navata e misura complessivamente 50 metri di lunghezza e 15 di larghezza. Le pareti non sono lisce: ogni due coppie di lesene vi è un arco cieco nella cui profondità e larghezza è collocato un altare in marmo policromo addossato alla parete dalla quale pende un grande quadro raffigurante il santo cui l’altare è dedicato, sicché esso risulta completato ed abbellito. Gli altari sono cinque per ogni lato. Sulla destra, in prossimità del presbiterio, a giusta altezza è collocato il pulpito quadrangolare in marmo policromo. Poggiato ad incasso alla parete, è sostenuto da due colonne doriche; su di esso è sospeso un bel capocielo. Lesene, poggianti su base di pietra di Mendicino, capitelli e cornicione all’imposto della volta sono rifiniti a stucco. La volta, in particolare, è ornata da ricchi festoni disposti in modo da seguirne la curvatura, mentre modanature longitudinali e curve delimitano i riquadri risultanti nei quali il Montefusco, valente pittore napoletano, dipinse, per lo più, episodi riferentesi alla vita del beato Angelo. Sono tutti illuminati dalla luce naturale filtrante dalle finestre a luna disposte sul cornicione all’imposto della volta; questa dal pavimento è alta 23 metri. Dal centro della navata si osserva bene l’arco trionfale, decorato con dipinti nel frontone a curvatura a tutto sesto in alto, figura come sostenuto da una coppia di lesene con capitelli corinzi d’ambo le parti. Perciò risulta abbastanza ristretto rispetto alla larghezza della navata. Il presbiterio, rialzato di due gradini sul livello del pavimento della chiesa, si presenta come un rettangolo perché ha la stessa larghezza della navata 15 metri, ma è profondo 10 metri ed è ammattonato con quadrelloni di marmo. In prospettiva vi è l’altare maggiore in marmo policromo; è molto sontuoso, specialmente per una decorazione architettonica con la quale fa corpo. Detta decorazione è costituita da due coppie di colonne corinzie sulle quali poggia un ricco coronamento che richiama in certo senso il fastigio del frontespizio esterno della chiesa; incastonata fra le coppie di colonne vi è una fedelissima riproduzione dell’Immacolata di Guido Reni, visto che la chiesa è propriamente dedicata all’Immacolata. Un altro altare, meno sontuoso di quello maggiore, ma più grande di quelli della navata, è collocato al lato del presbiterio: dedicato all’Addolorata che il beato Angelo lasciò in dono al suo popolo. Sopra i quattro pilastroni incassati, che danno forma rettangolare al presbiterio, si erge la maestosa cupola, il cui tamburo si presenta a base circolare. Su questo poggia la vera e propria cupola, il cui asse è perpendicolare al centro del presbiterio. Vi sono dipinti i quattro evangelisti e le modanature intervallanti la rendono molto bella. L’insieme di tutta la chiesa è di stile composito. È stata eseguita su progetto dell’architetto Tito Quercioli che ha mutuato il disegno da una chiesa di Dublino. Il tempio venne consacrato il 17 luglio 1898.
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