Santa Maria della Grazia

Descrizione

Descrizione
Santuario mariano che custodisce l’Icona della Vergine della Grazia.
La Chiesa della Madonna della Grazia venne edificata tra il 1591 e il 1595 per accogliere l’icona bizantina della Vergine della Grazia (XIV secolo). Nel 1674 venne costruito l’attiguo convento degli Alcantarini in cui iniziò la sua vita religiosa Sant’Egidio Maria da Taranto. Presenta un prospetto tardo-romanico scandito in due ordini da una balaustra in pietra e terminante con un timpano triangolare sul quale è collocato l’altorilievo della Madonna della Grazia. Il portale e la finestra, posti in asse, sono affiancati da nicchie contenenti le immagini affrescate dei Santi Pietro d’Alcántara, Pasquale Baylón, Francesco d’Assisi e Antonio da Padova. L’interno, a navata unica con copertura a crociera, termina con un piatto presbiterio in cui è posizionata l’icona della Vergine.

Fonte Wikipedia

La Vergine dall’occhio nero. La Madonna della Grazia di Galatone

Si colora di luci e pullula di pellegrini, in questi giorni, la città di Galatone. Ricorre l’8 settembre infatti – come da antica tradizione – la festa della Madonna della Grazia. Custodita nell’omonimo santuario, la sua effigie miracolosa è celebre per la macchia di sangue che ne vela l’occhio destro.
Il canonico Francesco Antonio Core, riferendosi ai fatti prodigiosi del 1621 avvenuti intorno all’icona del SS. Crocifisso della Pietà, canta la fortuna di Galatone che può vantarsi di segni di predilezione sia da parte della Madre sia da parte del Figlio. Secondo quanto riporta il Core, infatti, il miracolo del SS. Crocifisso segue a trentacinque anni di distanza quello della Madonna della Grazia. L’episodio dell’oltraggio alla Vergine, dunque, dovrebbe datarsi intorno al 1586. Convalidano questa ipotesi i documenti manoscritti relativi all’immediato avvio dei lavori per la costruzione della chiesa.
Circa l’evento miracoloso dell’occhio insanguinato, particolare che rende unica l’icona galatonese della Madonna della Grazia, gli unici dati “certi” si evincono dal racconto romanzato del fatto, che in città si tramanda di generazione in generazione. Ciò, naturalmente, facendo fede alla memoria popolare che ha influenzato le cronache successive.
Una notte, un certo Antonio Ciuccoli trovò rifugio nella cappellina della Madonna, situata a poche centinaia di metri dall’attuale santuario. Aveva perso, in quella stessa serata, un’ingente somma di denaro e l’umore non era certo dei migliori. Era il Ciuccoli, infatti, un accanito giocatore d’azzardo che, accanto a qualche sporadica vincita, spesso collezionava clamorosi insuccessi. Quella sera, complice qualche bicchiere di troppo, a pagare le spese di tanta miseria umana fu l’immagine della Vergine. La lampada votiva, che ardeva giorno e notte dinanzi alla Madonna, non si spegneva, nonostante i rabbiosi tentativi dell’uomo che cercava di prendere sonno.
Fu la fatidica goccia che fa traboccare il vaso. Esasperato da quel fioco bagliore e fortemente infastidito dal viso della Vergine, che sembrava rimproverarlo silenziosamente, Antonio Ciuccoli perse la pazienza. Così, tra una bestemmia e l’altra, lanciò una pietra contro la sacra immagine, colpendo la Madonna in pieno volto, all’altezza dell’orbita destra. Immediatamente, intorno all’occhio oltraggiato comparve una evidente lividura, tuttora visibile, che (con l’accezione medica moderna) si direbbe un ematoma. Confuso e spaventato, il Ciuccoli fuggì via dal luogo del misfatto e per lungo tempo vi si tenne alla larga. Intanto, la gente che frequentava la cappellina si era accorta della strana macchia sull’occhio, ma non sapeva darsene una spiegazione. Lo strano fenomeno, come spesso avviene, iniziò a richiamare l’attenzione dei fedeli e a suscitare segni di devozione e pietà popolare. A distanza di diverso tempo, Antonio Ciuccoli capitò di nuovo nei pressi della sacra edicola. Era buio e, mentre si stava allontanando dalla cappella, inciampò nel cadavere di un uomo, assassinato da chissà chi pochi istanti prima. Senza quasi rendersene conto, si ritrovò ammanettato e condotto alle carceri cittadine. Due gendarmi che si trovavano a pattugliare la zona, infatti, lo avevano acciuffato sul luogo del delitto, ritenendolo l’autore dell’omicidio. A nulla valsero le giustificazioni e l’autodifesa dell’uomo che, dopo un processo sommario, fu condotto in breve tempo al patibolo.
Il giorno fissato per l’esecuzione, giunto il macabro corteo in piazza S. Sebastiano (dove era allestita la forca), il confessore si accostò al condannato per le ultime raccomandazioni e l’assoluzione in articulo mortis. In quel momento il Ciuccoli, gridando a gran voce, informò gli spettatori di non essere colpevole dell’omicidio di cui era stato ingiustamente accusato. Al contrario, si assunse la responsabilità di un crimine, a suo dire ancor più grave, dichiarandosi pubblicamente come il sacrilego autore dell’oltraggio all’immagine della Madonna della Grazia. Il popolo, muto fino a quel momento, si sciolse in un unico rabbioso grido: “Alla forca!”. E il boia portò a termine il suo lavoro.
Altri episodi simili, come quello del colpo d’ascia inferto al volto della Madonna delle Grazie di Soleto, testimoniano come, nel Salento del sec. XVI, fossero frequenti atti sacrileghi ai danni di sacre immagini. Ne è un’ulteriore testimonianza un testo che appare nei Capitula Sinodalia, stesi dal vescovo di Nardò Giovan Battista Acquaviva d’Aragona, a conclusione del sinodo diocesano del 1560. Il can. 22, infatti, così recita: “Item excommunica lo ditto Episcopo tuttj quellj personi chi offendessero con petre ouero con altrj istrumentj la immagine delo Crucifisso de nostra Donna et de altrj Santj et chi guastassero o gettassero petre alle case dele ecclesie o di altri boni personj”.
Contro ogni luogo comune, dunque, la nostra epoca non è peggiore né migliore delle altre. Il mondo, gli uomini e le loro vicende hanno denominatori comuni in ogni era della storia. Per dirla alla maniera del biblico Qoelet, allora, non v’è nulla di nuovo sotto il sole!
Quel che è certo, dal sec. XVI ad oggi, il santuario della Grazia, ultimato nel 1597 per essere lo scrigno della sacra icona, è rimasto un luogo dello spirito tra i più illustri del Salento. Lì, nella sua casa, Maria di Nazareth continua ad accogliere, proteggere, consolare… come solo una mamma sa fare.

Fonte: articolo di Francesco Danieli dal sito internet https://culturasalentina.wordpress.com/

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