S. Maria Signora del Cielo (Abbazia Florense)

Descrizione

Descrizione

L’Abbazia Florense è un’abbazia situata a San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza. È uno dei più grandi edifici religiosi della Calabria e, grazie all’imponenza dell’intero complesso badiale è considerato, insieme al santuario di San Francesco di Paola, il più importante edificio religioso della provincia di Cosenza. Fa parte dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano. Fu il primo edificio di San Giovanni in Fiore, decretando così la nascita del borgo.

Le origini dell’Ordine Florense

Le origini dell’Abbazia Florense, racchiudono una storia ricca di avvenimenti e coincidenze, che hanno portato con un lungo cammino alla realizzazione del complesso monastico. La principale delle cause, è sicuramente la ricerca di una nuova ” fonte di spiritualità” da parte del fondatore del monastero, Gioacchino da Fiore. Il futuro abate, viaggiò da giovane, per alcune abbazie, venendo a contatto con vari ordini monastici, tra cui quello cistercense. Da giovane, infatti, fu prima accolto presso l’Abbazia di Santa Maria Sambucina nei pressi di Celico; in seguito soggiornò nel monastero di Corazzo, divenendone priore e poi abate. Recatosi nel 1183 presso l’abbazia di Casamari, nel Lazio, con l’intento di far accorpare il cenobio di Corazzo all’Ordine Cistercense, Gioacchino affinò la propria spiritualità, scorgendo un bisogno di meditazione fino ad allora mai capitatogli. Fu così che insieme a un compagno decise, fra la Pasqua del 1186 e il febbraio del 1188 di salire sulla Sila alla ricerca di un luogo per abitare. Si fermarono dapprima presso la località di Pietra Lata, ma il luogo non piacque all’abate, che decise di proseguire il cammino e risalire ancora i monti della Sila. Superato il fiume Lese, i due giunsero presso una radura sul versante orientale della Sila, presso una vasta foresta di boschi, nella valle del fiume Arvo. La località sembrò perfetta a Gioacchino, che decise di stabilirvisi e di edificarvi il monastero, dedicandolo a San Giovanni Evangelista.

Il protocenobio di Jure Vetere

Nella località di “Iure Vetere” Gioacchino, fondò quella che sarà la sua prima abbazia. Cominciata nel 1189 e terminata nel 1198, l’abbazia di “Iure Vetere” era ubicata in un luogo perfetto secondo Gioacchino, ove regnasse la pace e la tranquillità, e dove si potesse rigenerare la spiritualità perduta. Assieme al monastero vennero realizzate anche alcune dipendenze ad utilizzo dei monaci, a cui vennero affidate terre per la coltivazione e il pascolo. La realizzazione del nuovo monastero non fu semplice, soprattutto “perché si dovettero combattere le controversie con i monaci Basiliani del vicino Monastero dei tre fanciulli, in quanto questi ultimi si servivano delle terre donate all’abate, per farvi pascolare i loro greggi”. Nel 1214 un vasto incendio devastò il protocenobio di Iure Vetere e tutti i suoi edifici contigui. Le condizioni climatiche del luogo incisero molto sulla scelta dei monaci florensi, che decisero di abbandonare per sempre il vecchio protocenobio.

Il sito della prima fondazione florense venne ritrovato nel 2001, attraverso una campagna archeologica diretta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e condotta dal gruppo di ricerche dell’IBAM di Potenza.

Il nuovo archicenobio

Dopo l’incendio di “Iure Vetere”, i monaci florensi vennero aiutati da alcuni loro benefattori, tra i quali il conte Stefano di Crotone, che trovò loro una prima sistemazione nelle sue proprietà presso Cerenzia. I monaci cominciarono subito a porsi il problema se restaurare il vecchio monastero e restare sul luogo scelto da Gioacchino o fondarne uno nuovo. La seconda opzione era quella più gradita ai monaci e dall’abate Matteo, anche perché Iure Vetere era una zona ove vivere era difficile, sferzata quasi tutto l’anno da un vento gelido e da un clima rigido, e dove in inverno la temperatura scende costantemente sotto lo zero. Si decise quindi trasferire la nuova abbazia in un nuovo sito. Al nuovo progetto venne incontro l’imperatrice Costanza D’Aragona, che donò all’ordine gioachimita altri beni demaniali, per ripagare i monaci dei danni subiti con l’incendio, e invocò l’aiuto di feudatari ed ecclesiastici, affinché si potesse sopperire ai bisogni degli stessi monaci.

Le donazioni arrivarono da più parti e i monaci poterono finalmente dedicarsi all’impiego per la costruzione della nuova chiesa. La prima scelta riguardava il sito del nuovo monastero. Papa Innocenzo III, conscio del clima della Sila e delle difficoltà di viverci, consigliò ai monaci di discendere l’altipiano alla ricerca di aree più miti. I monaci comunque non vollero abbandonare le foreste silane, decidendo di scendere solo di qualche centinaio di metri dal luogo di Iure Vetere. Nel 1215 venne scelto un costone roccioso nella valle del fiume Neto, vicino alla confluenza con il fiume Arvo. Il luogo apparve subito più ameno del precedente, con maggiori possibilità di costruire il monastero e vivervi serenamente. Il clima era di fatto più mite, e a valle del costone fino al fiume vi erano terreni adatti sia al pascolo sia alla coltivazione. Per dare continuità al primo messaggio gioachimita, l’abate Matteo e i monaci florensi decisero di nominare la località scelta Fiore o “Fiore Nuovo”.

«Ci vollero circa quattordici anni per portare a compimento l’opera. L’esecuzione, ideata dall’architetto e vescovo Luca Campano, già autore del Duomo di Cosenza, fu particolarmente faticosa e comportò grandi sacrifici per la comunità monastica, costretta a vivere in fredde e umide baracche di legno ai piedi del gigantesco cantiere». (R. Napoletano, San Giovanni monastica e civica. Storia documentata del capoluogo silano, vol. 1 (Dalle origini al 1215), parte I, L’abate Gioacchino: le fonti, Laurenziana, Napoli, 1978)

L’abbazia dalle origini ai giorni nostri. Negli anni 2007-2008 l’ala est e il chiostro sono stati oggetto di ricerche e scavi archeologici diretti della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Nel corso di tali ricerche è stata individuata l’officina vetraria dell’abbazia, operante sul finire del XII secolo, dove sono state prodotte le vetrate policrome ritrovate in tracce nel corso degli scavi. Altra scoperta è la messa in luce dei piedritti di un portale monumentale, con fosso-trabocchetto interno, che consentiva l’accesso all’ala est per chi proveniva dalla valle sottostante.

I primi secoli

Intorno al 1230 l’Abbazia Florense venne terminata. L’opera apparve subito imponente, in un luogo quasi sperduto e difficile come quello silano. Costituiva una caso unico per ciò che riguarda l’architettura religiosa di quel periodo. Nel corso del tempo infatti, ha subito numerosi rimaneggiamenti e modifiche, spesso seguendo le tendenze architettoniche dei vari periodi, ma perdendo in questo modo l’originaria struttura architettonica. La prima impronta architettonica che si nota dell’Abbazia Florense, è certamente di marca romanica. L’impianto del complesso badiale, è di forma quadrata e vede al centro un grande chiostro ad archi ogivali. La pianta dell’edificio ecclesiastico è invece a croce latina, con l’abside di forma rettangolare orientato verso oriente.

Dallo stile romanico a quello barocco

Fra gli ultimi stili architettonici del quale si ha testimonianza, prima dell’ultimo restauro del 1989, vi è lo stile barocco. Questo importante e poderoso cambiamento all’interno dell’abbazia coinvolse l’intero patrimonio religioso di San Giovanni in Fiore. Dal 1600 in poi, praticamente tutti gli edifici di culto posti nell’abitato cittadino hanno subito interventi che ne hanno cambiato gli interni, adattandoli allo stile barocco: in quel periodo l’intera collettività silana viveva un momento di profuso sviluppo economico. Lo stile barocco è poi passato indenne negli ultimi secoli, giungendo a noi così come praticamente si presentava più di quattro secoli fa.

Dal 1990 ai giorni nostri

Dopo il restauro del 1989, l’interno dell’Abbazia era irriconoscibile: tutti gli altari e gli stucchi barocchi erano stati rimossi; al loro posto si vedeva un muro di colore giallo. Successivamente, negli interni fu rimossa la tinta gialla e fu così lasciato il muro a vista. L’edificio è segnalato nei “Monumenti Vivi – Siti importanti per la Fauna”, il primo in Calabria, in quanto ospita da tempo diversi uccelli selvatici nidificanti e per questo luogo importante per la biodiversità da tutelare.

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