SS. Annunziata

Descrizione

Descrizione

Il Convento e le sue origini

Del convento della SS. Annunziata oggi è visibile, dalla piazza omonima e guardando a sinistra del loggiato della basilica, solo qual tanto del suo insieme che si affaccia, con i sesti acuti di sei bifore tamponate, sopra un caseggiato seicentesco, dove attualmente si apre la monumentale entrata disegnata e costruita da un frate, figlio dello stesso convento, il pittore fra Arsenio Mascagni, nel 1636. Questo è tutto quello che è possibile vedere dell’area occupata nel Cafaggio del Vescovo fin dal secolo XIII dai frati Servi di Maria, l’Ordine fondato secondo la tradizione nel 1233, da sette mercanti fiorentini in onore della Madre di Dio.
Frammenti di storia e di archeologia ci assicurano che l’area era già attraversata dal Mugnone, il torrente che, secondo il Villani, scendendo dai poggi di Fiesole, avvolto per Cafaggio, giungeva con le sue anse verso le mura cittadine e le seguiva ad ovest per raggiungere l’Arno. In questa zona si dice che si accampasse inutilmente nell’assedio alla città Arrigo IV nel 1082, ed è probabile che in seguito, a memoria della battaglia vinta dai fiorentini proprio nell’angolo in cui sorgerà il convento dei Servi, fosse edificato un oratorio (2). É certo però che alcuni appartenenti alla Societas laica dei Servi di Maria avevano case, corti, poderi in questa zona, e che l’Ordine regolare dei Servi di Maria, nel febbraio del 1250, scendendo dal Monte Senario pose la prima pietra del convento e della chiesa in questa parte della campagna presso le mura cittadine in fundo proprio come ci attestano i documenti.
Sull’Ordine dei Servi esistono dei documenti fin dal 1249, e una Legenda (secondo decennio del secolo XIV) sui primi componenti di esso, cioè quei sette fiorentini che la Chiesa canonizzerà (1888) e venererà sotto il nome di Sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria. Si può riassumere la Legenda con la lettura del Breviario romano, tratta dal giorno della loro memoria, il 17 febbraio.
Vi erano a Firenze sette uomini degni di molta venerazione ed onore, uniti fra loro da un vincolo di fraterna amicizia e animati dagli stessi ideali. Maria, nostra Signora si servì di loro per iniziare l’Ordine religioso suo e dei suoi Servi. Quando entrai nell’Ordine [precisa l’autore fra Pietro da Todi per autenticare quanto dice] non trovai più nessuno di loro ancora in vita, tranne frate Alessio. Penso che piacque a nostra Signora conservarlo fino ai nostri giorni perché dalla sua viva voce potessimo conoscere l’origine del nostro Ordine.
Dei sette, i documenti ci riferiscono solo il nome di tre: fra Bonfiglio (il primo superiore), fra Manetto e il sunnominato fra Alessio, fratello laico. Per gli altri quattro nomi ci vengono suggeriti dalla tradizione – Buonagiunta, Amadio, Uguccione, Sostegno – così come le casate di tutti.
Riassumendo dalla Legenda il loro «stato» di cristiani, si sa che alcuni di loro erano celibi, altri sposati, altri vedovi: ma tutti avevano dedicato l’esistenza al servizio della sposa di Cristo, la Chiesa. Come estrazione sociale erano mercanti: ma quando scoprirono la perla preziosa – la perla evangelica della chiamata al regno – non solo donarono ai poveri quanto possedevano, ma offrirono se stessi gioiosamente a Dio e alla Nostra Signora, servendoli con somma fedeltà. I Sette erano particolarmente devoti della Vergine. Esisteva a Firenze una società fondata da molto tempo in onore della Madre di Dio, e vi aderiva un gran numero di uomini e donne, tanto da esser chiamata Compagnia Maggiore di Santa Maria: i sette facevano parte di questa Compagnia, prima di decidere di riunirsi a vivere insieme.
L’autore poi aggiunge che, invitati dalla Vergine, prima si riunirono in una casupola presso le mura della città; poi salirono al Monte Senario dove diedero inizio all’Ordine regolare, e dal Senario scesero di nuovo a fondare S. Maria di Cafaggio, l’Annunziata.
Descrivendo il «carisma» di questo Ordine medievale, possiamo dire che i Servi di Maria portavano alla loro società il servizio di un culto a Dio esterno e comunitario, nell’umiltà evangelica di cui era maestra la loro Signora, la Vergine, nell’Annuncio e in tutta la sua vita fin sotto la Croce del Figlio suo: e in questo servizio di culto a Dio, ben caratterizzato nella devozione a Maria e nella umiltà evangelica personale e comunitaria, la comunità cittadina li accolse e li difese dagli innumerevoli pericoli – giuridici e di potere civile e religioso – che costellarono i primi settant’anni di vita dei Servi di Maria, fino a che la Chiesa li approvò definitivamente.
Con la bolla Dum levamus di Benedetto XI dell’11 febbraio 1304, furono confermate la Regola di S. Agostino e le Costituzioni che l’Ordine aveva ricevuto dal vescovo di Firenze Ardingo, e professato per più di mezzo secolo. La suddetta realtà di vita e spiritualità è a base di una ricchezza liturgico-culturale che nei secoli farà di S. Maria di Cafaggio un centro di attrazione religiosa strettamente collegato con la cattedrale.
Dopo aver tratto dal testo storico-agiografico il contenuto carismatico che anima l’Ordine dei Servi di Maria alle origini, dando le premesse per la comprensione dello straordinario sviluppo del Santuario, se torniamo dal convento e alla sua storia, troviamo il suo primo documento nella richiesta al vescovo di Siena Buonfiglio – essendo vacante la sede di Firenze – della prima pietra per la fondazione di Cafaggio; richiesta fatta al vescovo dal cardinale Pietro di S. Giorgio al Velabro, legato papale in Toscana, il 18 febbraio 1250. Lo stesso giorno il cardinale aveva mandato alla comunità di Monte Senario, ovvero ai sacerdoti della comunità, la facoltà di assolvere i seguaci di Federico II imperatore che avessero chiesto di professare nell’Ordine di Servi di Maria. La fondazione di Cafaggio è dunque in stretta correlazione col declino della potenza imperiale e ghibellina a Firenze, come fa capire chiaramente la facoltà suddetta. Si può dire che S. Maria di Cafaggio nasce insieme al Costituto del Primo Popolo fiorentino (20 ottobre 1250), anzi lo precede di qualche mese, essendo posta la sua prima pietra – come dichiara la celebrazione della sagra – il 25 marzo, festa dell’Annunciazione e primo giorno dell’anno nel calendario cittadino, nonché Venerdì Santo nel 1250.
La difesa dell’ortodossia, confessata dai frati di Monte Senario col dedicare la nuova chiesa in Firenze all’Annunciata – segno contro coloro che negavano la divina maternità di Maria – dimostra come essi non solo seguono il magistero di Roma, ma sono logicamente legati a quella parte guelfa che è la principale realizzatrice del Costituto fiorentino, e il partito che difende gli interessi religiosi e politici della Chiesa. Il Villani cita due volte S. Maria dei Servi: come punto di appoggio per i guelfi fuoriusciti nel 1266, e come «archivio» sicuro per tutte le carte segrete della Parte (1267); archivio che si conserverà all’Annunziata fino al 1570.
Anche il Comune di Firenze, dunque, oltre alla stima dei fedeli, finché fu libero e popolare, aiutò il convento di Cafaggio e l’Ordine dei Servi di Maria, come una crescita naturale della propria civitas cristiana. Spesso, nel secolo XIV e per tutta la prima metà del secolo XV, i Servi di Maria furono chiamati ad assolvere compiti di responsabilità e fiducia. Camarlinghi della Camera-finanze del Comune, camarlinghi dei ponti e delle mura, camarlinghi alle biade ecc. Con l’avvento dei Medici e la perduta libertà fiorentina, altrettanto successe al convento della SS. Annunziata: non era più possibile ora per esempio schierarsi contro il potere costituito, come era avvenuto nel 1378 quando il convento aveva aderito ai Ciompi, subendo la scomunica del Papa. Nella seconda metà del secolo XV diversi frati, che con la loro cultura e amicizie facevano ombra alla politica del Magnifico Lorenzo, furono incarcerati ed esiliati, con le più colorite, anche se segretamente insinuate accuse, e al convento s’impose un priore non fiorentino, Antonio Alabanti bolognese, tenendolo nell’ufficio per ben sette anni – cosa che in più di due secoli di storia all’Annunziata, non si era mai verificato, e non si verificherà in seguito (9). Qualcosa di simile capitò – l’imposizione – anche nel secolo XVIII sotto Pietro Leopoldo per la realizzazione del suo potere «sagrestano» nel convento, ma il priore imposto, fra Giuliano Piermei, non fece molto onore al sovrano lorenese.
La politica della soppressione dei religiosi, prima quella napoleonica del 1810 e poi quella dello Stato italiano nel 1866, tolse ai Servi di Maria, come agli altri Ordini la legittima proprietà e ridusse il convento della SS. Annunziata per metà ad abitazione dei frati e l’altra metà ad uso civile.
Nel nostro secolo, la parte rimasta ai religiosi fu sottoposta dagli stessi a un necessario intervento di restauro che, eliminando sovrastrutture pericolanti e pericolose, ritrovò parti autentiche di muraglia, intonaci e decorazioni dei secoli XIII, XIV e XV. I lavori iniziati il 7 gennaio 1963 si esaurirono soltanto nel 1965. L’alluvione del 1966 danneggiò il piano terreno che in seguito fu restaurato dal Comune.

Il Santuario

Sappiamo che la chiesa di Cafaggio fu fondata il 25 marzo, festa dell’Annunciazione e Venerdì Santo del 1250 e che essa fu simbolo e bandiera della ortodossia cattolica, nello stesso anno in cui Firenze si rendeva libera dall’imperatore Federico II, dai feudatari, in parte dal partito ghibellino e dalle dottrine eretiche dei Patarini.
Nella devozione alla Vergine Annunziata i fiorentini confessavano apertamente Maria Madre di Dio, e il loro sentirsi cattolici e liberi. Infatti S. Maria di Cafaggio, fino a che rimasero intatte e rispettate le istituzioni della Repubblica, fu non solo un manifesto di cattolicesimo, ma anche il geloso archivio della documentazione segreta del Primo Popolo, come già si è detto.
Con ciò è chiaro che – contrariamente a quanto in genere viene scritto – il Santuario dell’Annunziata nacque intorno a contenuti di fede e valori civici, prima di diventare famoso per una immagine dipinta. Tuttavia è certo che a 50 anni dalla nascita, S. Maria di Cafaggio si presenta con una ricca documentazione sulla sagra annuale per il giorno dell’Annunciazione: la festa viene bandita alla cittadinanza tre giorni avanti, e celebrata con la presenza del vescovo che predica a una vasta folla di fedeli. Che esistesse quindi già allora un’immagine della Vergine Annunziata è presumibile, anche se i documenti non ne parlano. Il 3 settembre del 1293 il vescovo fiorentino Andrea dei Mozzi concede al priore di Cafaggio e a sei confratelli sacerdoti – per devozione alla S. Madre di Dio – la facoltà di assolvere da ogni peccato, e in ogni tempo, coloro che alla chiesa di Cafaggio faranno ricorso. E sarebbe interessante soffermarci sul numero di sette, per constatare se esso, certamente simbolico, sia riferibile ai primi sette Padri dei Servi, fondatori dell’Ordine di Cafaggio e concittadini e coetanei del vescovo.
Nel 1341 finalmente si attesta e documenta la presenza di ex voto all’altare dell’Annunziata. Franco Sacchetti in una sua lettera ricorda che le stesse mura del Santuario, intorno al 1380, furono incatenate perché non crollassero sotto il peso degli ex voto appiccati alle travature. Ma è poco citato un fatto significativo che si verificò nel secondo decennio del ‘400 e che è collegato alla costruzione di S. Maria del Fiore, la nuova cattedrale fiorentina. Nella relativa documentazione edita da Cesare Guasti si annota che il 29 marzo del 1412 il Consiglio del popolo della città di Firenze stabilisce per la nuova cattedrale fondata già nel nome della gloriosa Vergine Maria, che essa in volgare debba chiamarsi Santa Maria del Fiore, poiché fiore e inizio della nostra redenzione fu la benigna umile e graziosa Incarnazione del Figlio di Dio, annunziata dall’angelo il 25 di marzo. In conseguenza di ciò la festa titolare della cattedrale di Firenze da allora in poi si sarebbe celebrata in tale ricorrenza. Come si vede viene ad essere spiazzata la sagra di S. Maria di Cafaggio, senza neanche rammentarla. La raccomandazione di instaurare la festa dell’Annunciazione in cattedrale è ripetuta nel mese seguente, con la precisazione che tutte le entrate vadano all’opera del Duomo per la costruzione in atto. É chiaro, mi sembra, che se il fondare la cattedrale – nel 1295 – per il giorno dell’Annunciazione dichiarava la grande devozione dei fiorentini a questo mistero e quindi alla Madonna di Cafaggio, è anche evidente che per i responsabili della costruzione della cattedrale, esperti uomini d’affari, contavano anche le offerte dei fedeli, molto generosi in questa festa, le quali, passando da Cafaggio a S. Maria del Fiore, potevano essere un valido aiuto nelle difficoltà finanziarie dell’impresa.
Però il Consiglio di Firenze non aveva fatto i conti con il popolo, scontento a quanto pare del trasferimento di luogo per la celebrazione del 25 di marzo, che tra l’altro era la data tradizionale di inizio del calendario fiorentino. Tale esperienza infatti durò solo qualche anno. Il 19 febbraio del 1416 lo stesso Consiglio fu costretto a ritrattare quanto stabilito in proposito nel 1412, e a scrivere – quasi a discolpa – una bellissima pagina in testimonianza della devozione di Firenze e dei popoli circonvicini al Santuario di Cafaggio. Di conseguenza la sagra della cattedrale venne trasferita al 2 febbraio festa della Purificazione, e si restituì la chiesa dei Servi la celebrazione titolare dell’Annunciazione.
Tra il ‘400 e ‘500 l’aspetto del Santuario si trasformò per l’opera intelligente e sensibile di architetti come Michelozzo e Leon Battista Alberti: ciò nonostante, l’aumento della devozione alla Vergine Annunziata fu tale che è difficile immaginare come le nuove forme e strutture riuscissero ad emergere dai palchi e dal paramento di statue ex-voto al naturale pendenti dal soffitto, e di ex-voto d’argento e tavolette dipinte che ricoprivano pilastri e pareti. I viaggiatori stranieri che tra ‘600 e ‘700 visiteranno Firenze, prendendo appunti nei loro diari sulla chiesa dell’Annunziata, lasceranno scritto quasi soltanto il loro stupore per gli ex-voto.

Centro di devozione

 Racconta la leggenda che nel 1252 l’oratorio fondato a Cafaggio era già ultimato e che, dedicandolo alla Madre di Dio, si pensò di raffigurarvela nell’episodio evangelico dell’Annunciazione, già molto venerato dal popolo della Toscana e da Firenze in particolare.
Il pittore che fu scelto per realizzare quest’opera sarebbe stato – sempre secondo la leggenda – un certo Bartolomeo, che univa alla competenza nel suo mestiere una sensibilità religiosa non comune. Ma il devoto artista quando si trovò a dover delineare il volto della Madonna, dopo alcuni tentativi non riusciti, fu preso da sgomento e da sfiducia nelle proprie capacità. Lasciati i pennelli e sorpreso da un sopore strano, il pittore al suo risveglio avrebbe trovato il volto della Madonna affrescato per l’intervento angelico. Fu questo il primo prodigio operato dalla Vergine nella chiesa dei Servi di Cafaggio e da quel momento si diffuse la fama del potere taumaturgico della sua immagine. É evidente che la critica storica e artistica non può accettare alla lettera il dettato della leggenda. Sarebbe però un errore rigettare il racconto anche nel suo profondo significato, perché sappiamo che ogni leggenda trasporta fino a noi – involucro prezioso – dati storici spesso comprovati da documentazione ineccepibile.
L’affresco, come oggi lo vediamo, non può risalire al 1252 della tradizione, ma è opera del secolo XIV. Anzi presenta anche tracce ben visibili di un intervento del ‘400, e sappiamo che nel tardo ‘500 una ripulitura fu affidata al pittore Alessandro Allori, mentre un altro «ritocco», come ammodernamento, lo subì nel secolo XVI. L’ultimo restauro, avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, ha riportato l’immagine della Madonna allo stadio pittorico del XIV e XV secolo.
Se una conclusione quindi si può trarre dai dati leggendari e documentari in nostro possesso, tale conclusione ci porta a credere che prima dell’attuale affresco trecentesco – e non dimentichiamo che esso è dipinto, sulla struttura dell’oratorio del 1250 – un altro di simile soggetto esistesse al suo posto, già nel secolo XIII.
Il dipinto dell’Annunciazione è situato nella facciata interna della chiesa, subito a sinistra, entrando dalla porta centrale. Esso misura, nell’insieme che rimane libero dall’attuale cornice d’argento, m. 2,85 x 2,20. Si può dire che l’affresco è abbastanza ben conservato, anche se alcuni colori – come l’azzurro del cielo e quello del manto della Madonna e dell’angelo sono falsati dalle ossidazioni.
La composizione presenta la camera della Vergine di Nazaret in spaccato, con una fetta verticale di paesaggio a sinistra di chi guarda. Una cassapanca con schienale separa l’ambiente in primo piano dal letto nascosto dietro le cortine a reticella. Maria siede sopra una specie di cattedra intarsiata. Sotto i suoi piedi è steso un tappeto orientale con figure di animali stilizzati. L’angelo è appena entrato e s’inginocchia dopo il saluto e l’annunzio. All’esterno, nell’angolo più alto del cielo è visibile l’Eterno Padre contornato da nuvole leggere. Dalla sua destra benedicente un fascio di raggi dorati penetra in diagonale per la finestra tonda, e porta nella sua scia una luminosa colomba verso il seno della Vergine. La visita improvvisa dell’angelo ha interrotto la lettura della fanciulla. Il libro aperto è ora appoggiato su un cuscino sopra la cassapanca, e nelle pagine bianche si legge il passo di Isaia (VII, 14), Ecce Virgo concipiet et pariet filium. Il pittore ha inoltre inserito, all’altezza del volto di Maria, lungo la diagonale dei raggi, l’attesa risposta. Ecce ancilla Domini, e per indicare il movimento ascensionale delle parole verso l’Eterno Padre, ha scritto da destra a sinistra, cosicché a noi, la frase si presenta come riprodotta da uno specchio.
La leggenda ci parla solo della bellezza del volto della Vergine: in realtà tutta la sua figura è un esempio raro di equilibrio tra forma e contenuto. Lo sconosciuto pittore ci ha saputo dare in questa Madonna la creatura senza peccato, nel fiducioso abbandono del suo essere alla volontà del creatore. E si intuisce allora perché da tanti secoli i devoti si affollano, ancora all’altare di questa immagine: e si capisce anche perché i Santi – non solo quelli vissuti e cresciuti all’Annunziata, come i Sette Fondatori, S. Filippo Benizi, S. Giuliana Falconieri… e S. Antonio Pucci, canonizzato nel 1962 – abbiano spesso fatto sosta davanti ad essa, durante il cammino della loro ascesa spirituale. La cronaca ci parla di S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, S. Luigi Gonzaga, S. Margherita dei Ricci, S. Maddalena dei Pazzi… e fino a S. Elisabetta Seton († 1821), a S. Giovanni Bosco (†1888) e a S. Teresa di Lisieux (†1897)…; ma certamente le mura del Santuario sono state testimoni segrete e silenziose anche di una lunga schiera di santi, anonimi in terra ma ben identificati nel Cielo.

Diffusione dell’immagine dell’Annunziata

 Un episodio in apparenza secondario, ma che certamente ebbe le sue logiche conseguenze, è forse alla base di quella credenza popolare giunta fino a noi, per cui è impossibile riprodurre con esattezza il volto dell’immagine taumaturgica dell’Annunziata. L’episodio di cui sopra risale al 1471 e ci è tramandato da una lettera del cardinale Francesco della Rovere a Lorenzo il Magnifico per invocare benevolenza verso il Generale dei Servi di Maria, Cristoforo da Giustinopoli, che era stato bandito dal territorio fiorentino in quanto aveva fatto pignere una imagine de la Nontiata per mandare all’imperatore [Federico III].
Non possiamo discutere qui in base a quale diritto la famiglia Medici – o Lorenzo il Magnifico – si fosse arrogata tale potere; però possiamo esser certi che fino verso la metà del secolo XV, la riproduzione dell’immagine dell’Annunziata non era proibita, visto che principali chiese di Firenze ne seguono lo schema tipologico fin dalla seconda metà del secolo XIV. Anzi si può dire che in queste riproduzioni, l’intenzione di far riferimento all’affresco della chiesa dei Servi è evidente, quando esse sono collocate sulla facciata interna, vicino alla porta principale, come in S. Maria Novella e in S. Marco e nella chiesa ora distrutta di S. Maria Ughi. Tale particolarità, che è propria di Firenze e che trova il primo esempio nel Santuario di Cafaggio, secondo il Taucci deriverebbe dal costume della pietà mariana medievale di affidare alla Vergine, nell’uscire di chiesa, la propria incolumità spirituale e fisica, venerandola insieme all’Angelo con il saluto: Ave Maria, gratia plena Dominus tecum…
Ma per citare velocemente qualche esempio di diffusione dell’immagine – e quindi della devozione – nell’ambiente fiorentino e dintorni, oltre agli affreschi di S. Maria Novella e di S. Marco, ricorderemo quello di Ognissanti (metà del secolo XIV), quelli di S. Lucia al Prato di Maso di Banco († 1350), di Iacopo Orcagna († 1398) in S. Niccolò a Calenzano, di Agnolo Gaddi († 1396) nel Duomo di Prato, e un altro del secolo XIV nella chiesa dello Spirito Santo – già dei Servi di Maria – sempre a Prato, mentre una tavoletta trecentesca è nella Pinacoteca Vaticana. Per il secolo XV basterà citare il piccolo dipinto attribuito a Gentile da Fabriano († 1428) sempre alla Vaticana, e datato intorno al 1425, periodo in cui il pittore era presente a Firenze.
Prima di proseguire nelle testimonianze della diffusione dell’immagine taumaturgica, dobbiamo dire anche qualcosa sulla leggenda del «volto» dipinto da un angelo. Lasciando da parte l’antica formazione di essa nella iconografia cristiana, le nostre informazioni a proposito del Santuario fiorentino sono relativamente recenti. Il primo a divulgarla per iscritto – a quanto sappiamo – fu l’umanista fra Paolo Attavanti, fiorentino dei Servi di Maria dell’Annunziata, nel suo Dialogus ad Petrum Cosmae intorno al 1465. Ma già la tradizione della bellezza e della santità del volto della Madonna di Cafaggio era affermata. In un registro di spese della Sagrestia del Santuario, a proposito di un ritocco pittorico, in data febbraio 1444 si annota: Alla sagrestia lire venti, sono per resto del lavorio della cassetta [delle reliquie] del beato Filippo e di quella testa santa di quella Vergine; portò Francesco di + + + el quale fece detto lavorio. Il breve appunto ci fa capire che il frate dell’Osservanza dei Servi che tiene il registro conosce la tradizione riguardante quella testa santa anche se non è fiorentino; anzi proprio per questo forse, non conosce il patronimico del pittore Francesco, che a mio parere è quello di Stefano, Francesco di Stefano, cioè il Pesellino († 1457).
Riferendoci al bando subito dal Generale dei Servi per avere fatto dipingere, ecc., possiamo forse dedurre che una certa pausa forzata ebbe la diffusione dell’immagine dell’Annunziata tra la seconda metà del secolo XV e la prima metà del secolo XVI; ma certamente anche in questo periodo non mancò la riproduzione devozionale per i fedeli: xilografie, stampe in foglia d’argento per ex-voto, incisioni ecc.
La ripresa avvenne col Concilio di Trento, e la visita al Santuari di personaggi illustri della Chiesa, come il cardinal Carlo Borromeo (1579), il cardinale Gabriele Paleotti arcivescovo di Bologna, e per gli scritti di Francesco Bocchi, di fra Luca Ferrini e fra Giovannangelo Lottini – questi ultimi frati dell’Annunziata – sulla bellezza e i miracoli dell’immagine della Vergine. Una copia di grandezza simile all’originale fu inviata al Borromeo che la destinò per il Duomo di Milano, dove è rimasta fino ai nostri giorni; un’altra simile fu mandata da Francesco dei Medici a Filippo III e si trova ancora all’Escurial: ambedue erano state dipinte da Alessandro Allori († 1607). Ferdinando I dei Medici nel 1592 faceva coniare alcune medaglie con la riproduzione intera dell’affresco. Alle soglie dei Seicento gli artisti non si sentiranno più obbligati a seguire o a tentare di essere fedeli all’originale – quasi sempre nascosto ai loro occhi dai «mantellini» o da una «cristalliera» – e cercarono quindi di esaltare la bellezza dell’angelo e il volto della Madonna secondo il loro sentimento o il ricordo visivo che ne avevano. Così è per l’opera di Cristofano Allori († 1621) in S. Lucia dei Magnoli in Firenze, e di Domenico Cresti detto il Passignano († 1636) nel Duomo di Pistoia, e per quella nella chiesa dei Sette Dolori delle Oblate Agostiniane a Roma; altrettanto vediamo nelle tele dei due frati pittori dell’Annunziata, Arsenio Mascagni († 1637) e Giovanbattista Stefaneschi († 1659), e così probabilmente interpretava l’immagine Carlo Doci († 1686) nella famosa tela commissionatagli dalle monache del Carmelo di Vienna e che lo occupò per otto anni, ma che poi fu portata nella loro patria da alcuni principi Pollacchi.
In Firenze, altra singolare manifestazione devozionale all’Annunziata era rappresentata di moltissimi tabernacoli che agli incroci, nei chiassi, nei vicoli, negli slarghi, sugli angoli dei palazzi, presentavano al passante l’immagine della Madonna dei Servi, come presenza di icona familiare. In genere tali tabernacoli erano eretti dalla pietà privata. Oggi il loro degrado è ormai il timbro dell’incuria pubblica. Tuttavia ne possiamo ricordare alcuni ancora visibili: da quello che si trova in fronte alla scala che porta alla Biblioteca Laurenziana, nel chiostro di S. Lorenzo, a quelli delle piazze dei Ciompi (secolo XVII), del Capitolo (secolo XVI-XVII), dei Tre Re e in Via Vinegia (secolo XVII), Via degli Alberighi (secolo XVIII), Via S. Margherita (secolo XVII), e sotto la Volta dei Mazzucconi, ecc. Ma la devozione all’Annunziata – come si è visto dalla richiesta delle monache di Vienna al Dolci – si diffuse largamente fuori d’Italia. E lo svilupparsi di essa con la testimonianza dell’immagine, la possiamo ricostruire seguendo due tracce che spesso si confondono: Firenze con la sua civiltà religiosa e politico-economica, e i Servi di Maria con le proprie fondazioni, presenti, per esempio, in Germania fin dal secolo XIII. Quando poi queste due presenze saranno in parte ridotte o cancellate dagli avvenimenti politico religiosi dell’Europa, anche la devozione all’Annunziata, al di là della Alpi tenderà a scomparire, lasciando però il ricordo nella testimonianza affidata alle tele dei musei e delle chiese. Così il quadro dell’Annunziata della chiesa dei Servi a Innsbruck, e quello nei servi a Vienna, più famoso perché rimasto intatto nei bombardamenti dell’assedio ottomano del 1683. Una copia simile all’originale anche nelle misure, fu richiesta dall’arcivescovo di Colonia per la cattedrale – e vi è ancora – fin dal 1637 e portata dall’Italia dal nunzio Fabio Chigi nel 1641; un’altra tela oggi è a Dettelbach presso Wuerzburg in un convento di francescani; una copia è nella cappella dell’ospedale di S. Michele a Lembeck in Westfalia ed è accertato che il quadro si trova sull’altare fin dal 1724; una è ancora a Wergentheim; un’altra nella chiesa di S. Lucia, già dei Servi, nel Quartiere di Filzengraben a Colonia, come ci rivela il rame di un foglietto di devozione (Koelnischer Museum), e una riproduzione, copia dell’originale di Firenze, datata 1641 è nel convento di Montecroce presso Bonn. Questa è una semplice lista di citazioni, riportata senza una preordinata ricerca, che invece potrebbe riservare sorprese anche per la storia dell’arte.
Ma l’immagine originale dell’Annunziata darà anche occasione a storici e artisti di mettere in dubbio e leggenda e data tradizionale dell’opera.
Dal Varchi († 1565) al Vasari († 1574), dal Lami († 1770) al Rosini († 1837) l’opinione è che l’autore sarebbe da scoprire tra i «giotteschi», e quindi la data non dovrebbe retrocedere molto oltre la metà del secolo XIV. A queste opinioni rispondevano, in difesa della tradizione, studiosi come fra Prospero Bernardi, fra Costantino Battini († 1831), fra Pellegrino Soulier († 1924) dei Servi di Maria, rispettivamente con l’Apologia contro l’opinione…, l’Illustrazione di una medaglia inedita…, e il De antiquitate imaginis Sanctissimae Annuntiatae, raccogliendo una documentazione che oggi, all’esame della critica storica dà ad essi ragione nel ritenere e una immagine dell’Annunziata – affresco o tavola, non importa – a 20, 50 anni dalla posa della prima pietra, doveva esserci a Cafaggio. Ne è prova, come si è già detto, l’importanza della «sagra» del 25 marzo, e anche il significato di manifesto e professione di ortodossia che la rappresentazione figurativa dell’Annuncio alla Vergine aveva nella temperie di lotte politico-religiose della seconda metà del secolo XIII a Firenze (48). D’altronde hanno però ragione gli storici dell’arte nel ritenere che l’attuale affresco si colloca intorno alla metà del secolo XIV. Per quanto riguarda la leggenda, il linguaggio ricco e sapiente della devozione cristiana trova nel racconto del volto dipinto dall’Angelo la verità della bellezza intatta di Maria, Madre di Dio, non toccata da ombra o macchia di peccato.
Si è appena accennato alla diffusione dell’immagine dell’Annunziata a livello popolare. Certamente essa di ampliò tra il secolo XVIII e il XIX con incisioni a volte finissime ed altre di nessun valore, con litografie e oleografie che portarono facilmente l’antico simulacro sulle pareti domestiche del povero e del contadino. Da sempre le due feste principali del Santuario, il 25 marzo per l’Annunziata e l’8 settembre per la Natività di Maria, vedevano l’affluire dei fedeli dai paesi vicini e dalla campagna, ma specialmente i periodici pellegrinaggi pubblici di intere borgate, parrocchie e confraternite, erano il mezzo diretto per tener viva la venerazione all’Annunziata e alla sua immagine.
Alcuni antichi registri della sagrestia del Santuario, per gli anni compresi tra il 1623 e il 1840, ci forniscono nomi, dati, frequenza della venuta in pellegrinaggio, di compagnie ormai scomparse. Il periodo dell’anno preferito era tra Pasqua e Pentecoste. Per il 1623 si conta la presenza di 34 confraternite; nel 1650, 37, negli anni successivi il loro numero varia tra 40 e 50; solo negli anni di contagio c’è una naturale riduzione. Nell’anno in cui la politica illuminata e sagrestana di Pietro Leopoldo soppresse tutte le confraternite e cioè nel 1785, il registro annota che il 28 di marzo vennero solo due compagnie, e il giorno seguente ne spiega la causa: In tal giorno venne la soppressione di tutte le compagnie ed ebbero termine di portarsi a visitare il nostro Santuario della Santissima Annunziata. Ma sarebbe un errore pensare al prevalere di una devozione «extraurbana» per l’Annunziata. Esiste tutta una ricchezza di nomi, di episodi, di storia cittadina collegata, per esempio, al documentatissimo capitolo degli ex-voto e delle lampade offerti alla Madonna, che deve essere ancora studiata. Dentro le mura di Firenze ogni categoria di cittadini ambiva essere rappresentata all’altare della Vergine con lampada votiva: i Nastrai, i Servitori, gli Scrivani, il Mercanti, i Pizzicagnoli, i Fruttaioli, gli impiegati di Corte, ecc., tutti offrivano olio per alimentare la loro lampada davanti all’immagine dell’Annunziata.

L’Arte nel Santuario

 Tra i tanti monumenti che sono e conservano ricchezza d’arte e di storia incomparabile a Firenze, il Santuario della SS. Annunziata è uno dei più antichi e insieme dei più moderni. Si tratta infatti di un Santuario, oggi «urbano», che il condizionamento della vita moderna di una città, si chiami pure essa Firenze, ha chiuso ormai al «pellegrinaggio forestiero» e ha lasciato quasi esclusivamente alla frequentazione della fede cittadina.
Ma se per i fiorentini il Santuario della Vergine Annunziata è esperienza quotidiana di Grazia, per gli altri è racconto fedele e storia totale della civitas del passato. Infatti è nei santuari che – nonostante l’erosione del tempo e degli uomini – rimangono in particolare i segni sia della sensibilità religiosa che delle vicende sociali di un popolo. Quindi, il Santuario della SS. Annunziata, nato nel secolo XIII, non è solo fonte di devozione per i fedeli, ma si rivelerà in seguito – per la sua vivacità culturale – centro di una vasta attività artistica in coerente continuità nei secoli con l’ambiente.
Quanto sopra abbiamo detto potrà sembrare in contraddizione con la realtà delle assenze, nel Santuario, dei grandi nomi della Rinascita del secolo XIII e XIV: Cimabue, Giotto, Nicola Pisano, ecc. Questa generazione di artisti non ha lascito opere né documenti di una loro attività alla SS. Annunziata. I motivi di tali assenze possono essere i più semplici e naturali: la lenta crescita e sviluppo della chiesa di Cafaggio, le reali difficoltà economiche del primo secolo di vita del convento dei Servi a Firenze, hanno il loro innegabile peso. Ma questa constatazione non può farci sottovalutare il fenomeno di un continuo ammodernamento richiesto sì dal variare del gusto e della sensibilità estetica, ma promosso principalmente dalla crescente devozione all’Immagine taumaturgica dell’Annunziata. Ogni epoca ha voluto lasciare nel tempio la sua presenza come ex-voto di gratitudine. E a causa di questa devota esigenza, sentita in comune dai frati Servi di Maria, dai fedeli e dagli artisti, è avvenuto che nella chiesa dell’Annunziata gli stili si siano sovrapposti agli stili, le opere di autori più recenti alle opere dei maestri del passato, fino all’attuale rivestimento marmoreo che ha posto fine alla gara, ricoprendo probabilmente anche testimonianze pittoriche di cui manca ogni documentazione. Infatti, i pochi metri d’intonaco oggi rimasto libero, ci rivelano ogni tanto la gradita sorpresa di sinopie o di frammenti di affresco di cui non avevamo notizia. Persino il venerato dipinto dell’Annunciazione – come abbiamo visto – porta i segni dell’aggiornamento dei secoli in cui l’arte sacra era espressione viva, sempre leggibile, e sintesi esistenziale di religiosità per i fedeli e gli artisti.

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