SS. Trinità

Descrizione

Descrizione
L’Eremo della S.S. Trinità  è il più antico santuario dei Monti della Tolfa, si trova a circa 2 km del paese a 359 mt. in un luogo tranquillo e silenzioso ove la tradizione vuole che S. Agostino abbia dimorato quando dettò la sua seconda regola e iniziò a scrivere il “De Trinitate”. Costruito forse in età medievale, ha subito vari rifacimenti che non permettono di riconoscerne la struttura antica. Recentemente si è concluso il restauro ed ora l’Eremo è nuovamente aperto al pubblico.
 L’Eremo della SS. Trinità di Allumiere, sacro alla memoria di S. Agostino, è stato restituito al culto e all’abitabilità, dopo una capillare opera di ricostruzione che ha visto anche il ricupero di tutto il ricco materiale superstite dell’antica costruzione monastica agostiniana, tra le più importanti dell’Alto Lazio, preesistente alla Magna Unio degli eremitani nel 1256. L’inaugurazione dei restauri del santuario più antico della diocesi, ha avuto luogo il 25 aprile 2002, alla presenza del vescovo diocesano. delle autorità comunali, provinciali e regionali che hanno seguito e portato a termine lo storico lavoro di ristrutturazione. Il ricupero era iniziato grazie alla tenacia di un benemerito comitato nel 1988, affiancato dalla locale Associazione Archeologica Klitsche de la Grange, che con molteplici iniziative attirò l’attenzione sul monumento e realizzò il piazzale, il restauro della chiesa della Trinità, del campanile e dell’oratorio più importante -dedicato alla Madonna della Grazia- eretto sul sito consacrato al passaggio nell’anno 388 sui Monti di Allumiere del neo convertito Agostino, il grande santo, illustre vescovo e dottore della Chiesa.
   Tra i benemeriti sostenitori del restauro, promotori anche di due mostre documentarie sul sacro Eremo, va tenuta viva e grata la memoria di Mario Galimberti e di Ennio Brunori, prematuramente scomparsi. A quest’ultimo studioso si deve un prezioso articolo, pubblicato nel volume Augustine in Iconography, History and Legend, stampato a New Jork nel 1999. Secondo una radicata tradizione popolare infatti, nel punto nel quale oggi sorge l’eremo della Trinità -che vanta resti nelle chiese e nell’abitazione monastica, che risalgono all’epoca medievale, con importanti tracce del Quattrocento e del Seicento inglobate nelle recenti opere di ricostruzione-sarebbe vissuto per qualche tempo sant’Agostino, e proprio qui egli avrebbe avuto l’ispirazione dell’opera De Trinitate, dettando anche una “seconda Regola” ai romiti che, sicuramente seguivano, in quegli anni, l’esempio dell’anacoreta egiziano Antonio il Grande. Da poco infatti si era diffusa la Vita Antonii scritta dal discepolo Atanasio, e anche in Italia aveva suscitato emulazione e favorito la nascita della vita eremitico-cenobitica. San Girolamo descrive come “vistoso” il fenomeno eremitico sul nostro litorale e ne parla nella sua Epistula LXXVII. Rutilio Namaziano nel suo Itinerarium ricorda questi solitari, eremiti e monaci, che definisce “tenebrosi uomini”. Anche san Gregorio Magno si sofferma nei suoi scritti sulla presenza di eremiti lungo le coste del mare etrusco e della “Volscorum provinciam”. Accenna ad un eremita dell’Argentario che ogni anno si faceva pellegrino a Roma. Anche l’Isola d’Elba e tutta la costa tirrenica antistante testimonia antiche presenze eremitiche.
   Il luogo dove sorge l’eremo della Trinità è coperto da una fitta vegetazione ed è un importante bacino idrografico, sfruttato fin dalla più remota antichità; nelle vicinanze sono stati infatti ritrovati utensili di selce e frammenti ceramici riferibili all’età del bronzo. Proprio dalle falde freatiche presenti nell’area della Trinità e della non distante località “dei Cinque Bottini”, l’imperatore Traiano agli inizi del II secolo d.C., derivò l’acqua necessaria a rifornire, tramite un lungo condotto, il Porto di Traiano a Centumcellae. La presenza di ottima acqua potabile e le preesistenti strutture inerenti all’acquedotto romano, unitamente ad una non lontana strada di transito, possono aver spinto i primi monaci ad erigere quel romitorio” (E. Brunori)
Alcune fonti documentarie a partire dal 1157 riportano la tradizione del passaggio di Agostino, come il testo di S. Alberto da Siena o di Pietro Comestore. Nel 1357 ne parla Giordano di Sassonia e molti altri testi degli agostiniani romitani ne tramandano la memoria. Ma soprattutto il ricordo visivo era affidato ad antiche epigrafi i cui testi sono riportati in vari studi e diffusi integralmente nel manoscritto lasciato inedito da don Filippo Maria Mignanti e pubblicato nel 1937 da Ottorino Morra nel celebre volume Santuari della Regione di Tolfa. Già nel 1657 Ambrogio Landucci, senese, in una disquisizione sulla presenza di Agostino nella Tuscia, si sofferma nella descrizione della visita fatta all’eremo della Trinità. Ricorda “una pietra di marmo a man dritta per entrare in chiesa, nella quale con caratteri antichi è impressa questa iscrizione (che inizia) Ne propera sive viator, sive inquilinus…”. Ricorda anche la lapide che gli agostiniani avevano nella chiesa di Corneto (Tarquinia) dedicata a S. Marco che comincia Hoc ipso in littore iuxta hunc. Ivi trasportata dal piccolo santuario civitavecchiese che sul litorale ricordava l’incontro di Agostino con il fanciullo che lo ammoniva sul mistero trinitario. Ma parlando ancora della Trinità di Allumiere, sottolinea: “E, salita una scala, in capo alla quale si trova una cappelletta che già era una stanza abitata dal santo Patriarca, a man diritta pur con caratteri antichissimi, vi è questa narrativa: Vetustissimum Monachorum Eremitarum Coenobium…”. Si tratta della cappella della Madonna della Grazia o delle Grazie, oggi tornata ad essere un luogo di culto privilegiato all’interno del complesso monastico. L’oratorio della Madonna della Grazia possedeva pregevoli affreschi, tra cui quello di S. Agostino (oggi conservato nel Museo Civico), numerose reliquie e soprattutto l’epigrafe citata, uno dei documenti medioevali attestanti il passaggio del santo: una lapide con caratteri antichissimi citata anche in numerose visite pastorale del vescovo di Sutri, antica diocesi a cui apparteva Allumiere, fino a metà Ottocento.
   Il vescovo Paluzzi di Corneto, descrisse nel 1667 la cappella, dando anche un suo giudizio sull’epigrafe che inizia con Vetutistissimum Monachorum, definendola “iscrizione con lettere gotiche”. “In questa cella -o cappella- si trova un unico altare – dice Paluzzi -e su di esso la devozione degli uomini ha innalzato una statua di argilla della Beata Vergine e davanti all’altare sono dipinte le immagini di S. Agostino e di S. Guglielmo d’Aquitania… Fuori della porta in un angolo si trova l’acquasantiera infissa nel muro e la iscrizione in lettere gotiche: Vetustissimum Monachorum …”. A proposito di queste lapidi, ricopiate con una forte somiglianza ai caratteri incisi sulla pietra, da Pietro Falzacappa di Corneto nella prima metà dell’Ottocento e contenute in un manoscritto dell’Archivio della Società Tarquiniense di Arte e Storia, Brunori ricorda: “Agli inizi (del secolo scorso) Monsignor D’Ardia Caracciolo, intendente di cose antiche, forse col lodevole intento di meglio preservare così preziose testimonianze, le fece distaccare e trasportare probabilmente nel museo di Civitavecchia; ma i bombardamenti alleati del 1943 che rasero al suolo Civitavecchia, possono aver distrutto le tracce delle due epigrafi”. Ma recentemente, grazie alla revisione dei marmi provenienti dalla chiesa matrice di S. Maria di Civitavecchia, custoditi in un deposito attiguo alla Cattedrale, con altri reperti salvati dalla devastazione bellica, in fondo a tutto il cumulo, è stata ritrovata una di queste tre epigrafi, quella che recita: VETUSTISSIMUM MONACHORUM EREMITARUM COENOBIUM OLIM HIC FUIT A PROXIMA CIVITATE DE CENTUMCELLIS ET AB ADIACENTE SACELLO SANCTAE SEVERELLAE VOCITATUM IN QUO BEATUS AUGUSTINUS PRIUSQUAM IN AFRICAM REVERTERETUR CUM EISDEM DEI SERVIS COMMORATUS EST QUIBUS ETIAM COMMUNIS VITAE PRAECEPTA PRAESCRIPSIT QUAE SECUNDA REGULA APPELATUR.
   Il Mignanti -storiografo locale- che la vide nel sito originale, l’ha tradotta così: “E’ esistito qui un antichissimo cenobio di monaci eremiti, che ebbe il nome dalla vicina città di Centocelle e dal vicino santuario di Santa Severella, nel quale il Beato Agostino prima di far ritorno in Africa dimorò qualche tempo con quei servi di Dio e ai quali tracciò quelle norme di vita in comune che vanno sotto il nome di Seconda Regola”. La lapide medioevale -collocata fuori della cappellina mariana- veniva sempre indicata come la memoria più attendibile della permanenza di Agostino, prova dell’antichità del sito monastico e memoria del sacello-­santuario di santa Severella, una delle prime chiese riutilizzate per l’impresa dell’allume a partire dal 1460, che nei documenti ecclesiastici viene sempre individuato dove oggi sorge il borgo della Farnesiana. Mani pie avevano inciso a fianco della lapide una croce tipica dei Templari, che possono aver tenuto l’eremo come loro feudo. La croce si era salvata, ma la lapide sembrava irrimediabilmente dispersa.
   Il recente ritrovamento dell’epigrafe è di eccezionale importanza e siamo grati all’Ufficio Beni Culturali della diocesi, che grazie all’inventario dei pregiati marmi appartenuti alla chiesa più amata dai civitavecchiesi -Santa Maria- ha messo in luce questa reliquia che, riportata nel suo sito originario darà lustro all’eremo di Allumiere e sarà guida alla ricostruzione dei caratteri delle altre due lapidi, forse veramente perdute, ma trascritte dal Falzacappa e dal Mignanti. Tutti gli studiosi di storia locale hanno esultato e concordemente si augurano che l’antica iscrizione possa essere oggetto di attento esame da parte degli epigrafisti, per stabilirne la probabile data di incisione. La lapide, grazie alla testimonianza di Daniella Klitsche de la Grange, fu asportata dal muro antistante la cappellina tra il 1878 e il 1910. Forse non fu collocata nel Museo ma in una delle chiese bombardate nel 1943. Trovandosi con i marmi di Santa Maria, è probabile che mons. D’Ardia l’abbia collocata nella chiesa matrice o affidata alla Cattedrale dove vivevano anche due canonici nativi di Allumiere, il prevosto mons. Benedetto Zucconi e il noto grecista e latinista, don Antonio Vernace, canonico teologo.
A salvare la lapide e a custodirla nel deposito dei marmi della Cattedrale nella ricostruzione post bellica, fu certamente Mons. Giuseppe Compagnucci, vicario generale, fondatore del benemerito circolo “Amore e Fede”, responsabile del periodico d’informazione diocesana, buon conoscitore della storia di Allumiere, che ha avuto anche il merito di aver salvato l’archivio storico diocesano dalla dispersione seguita ai bombardamenti della Cattedrale e dell’episcopio. Con la notizia della scoperta della lapide, non ci resta che invitare tutti a visitare il santuario e l’Eremo, sacro al mistero Tninitanio. Per molti sarà la vera scoperta di un gioiello di arte, di fede e di storia che merita una sosta che riempie gli occhi e il cuore.

Fonte: http://ghirardacci.it/italiaold/lazio/rm-allumiere-eremo-baldini.htm

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