SS. Crocifisso di Castro

Descrizione

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Così fu cancellata una città.
La Diocesi di Castro era in attesa di un nuovo pastore dopo la morte del Vescovo titolare Mons. Alberto Giunta deceduto nell’Ottobre del 1646. Trascorse qualche tempo prima che Papa Innocenzo X elevasse alla sede di Castro il dotto e santo Barnabita P. Cristoforo Giarda che venne nominato Vescovo il 17 Aprile 1648 e consacrato dallo stesso Pontefice nella Chiesa di S. Carlo a’ Catinari il 18 Maggio dello stesso anno.
La nomina deteriorò ulteriormente i rapporti tra Ranuccio e Innocenzo X, già tesi per via dei debiti contratti dai Farnese nei confronti dello Stato Pontificio per la soluzione dei quali da tempo si stava cercando un compromesso.
La designazione di Giarda alla Diocesi di Castro aveva particolarmente contrariato Ranuccio e la madre Margherita de’ Medici che rivendicavano alla Casa Farnese la nomina del Vescovo di Castro anche perché, risiedendo i Farnese a Parma, lontano dal Ducato, ritenevano quanto mai opportuno avere in quella sede un vescovo che godesse la loro fiducia.
Appena giunse a Parma la notizia della nomina del Vescovo Giarda, Ranuccio inviò a Castro, come auditore, Francesco Pavoni, con l’ordine di non far entrare nella città il nuovo Vescovo. Lo stesso Guarda fu avvisato da Pavoni di non recarsi nella sede vescovile di Castro fino a quando non fosse avvenuto un “accomodamento” tra il Papa e Ranuccio.
Nel frattempo Cristoforo Giarda aveva ricevuto diverse minacce di morte qualora avesse preso possesso della Diocesi di cui era titolare. Per questo aveva rimandato più volte ala sua partenza da Roma per insediarsi nella nuova sede vescovile.
Ma il 18 marzo 1649, sollecitato in maniera decisa dal Papa Innocenzo X, si mise in viaggio alla volta di Acquapendente, da dove poi sarebbe proseguito per Castro. Prima di partire dalla sua residenza romana di S. Carlo a’ Catinari, quasi presagendo l’epilogo tragico di quel viaggio, alzando un crocifisso di bronzo che portava sempre con sé, disse: “Ecco il nostro stendardo e la nostra difesa, sotto la protettione del Crocifisso bisogna che combattiamo, e non altrimenti“.
Lo accompagnava sul calesse il canonico francese Gabriele Besançon e lo seguivano a cavallo un prete, il suo segretario e un servitore. Il vescovo Giarda stava recitando il breviario quando, poco prima del pinte di Monterosi, fu affiancato da due uomini a cavallo, vestiti di nero, con il volto coperto, individuati poi nel processo come Ranuccio Zambini da Gradoli e Domenico Cocchi da Valentano. Ciascuno aveva in mano una terzarola e, senza proferire parola, si avvicinarono al calesse e scaricarono le armi sul vescovo Giarda, quindi, con calma, le ricaricarono e spararono di nuovo. Cinque proiettili colpirono il presule che tuttavia non morì all’istante. Tra gli atroci dolori provocati dalle ferite Mons. Giarda ebbe la forza di pronunciare parole di fede e di perdono: “Io muoio volentieri per la santa Chiesa e perdono a chi mi ha offeso e fatto offendere“.
Fu portato a Monterosi e medicato come meglio si poteva dai chirurghi ai quali si aggiunsero anche quelli di Nepi; ma il giorno seguente, 19 Marzo, spirò.
Appena Innocenzo X venne a conoscenza del barbaro assassinio emise una Bolla di scomunica che colpiva tutti coloro che, direttamente o indirettamente, avevano preso parte all’uccisione del Vescovo Giarda e convocò Mons. Giulio Spinola, Governatore di Viterbo, intimandogli di aprire subito un processo che, in effetti, venne iniziato il 20 marzo.
Il Pontefice comunque già era convinto, come era anche voce comune, che il mandante dell’assassinio del Vescovo Giarda fosse Ranuccio Farnese. Per questo mandò un’armata, agli ordini del Conte David Vidman e del Marchese Gabrielli, alla volta di Castro che veniva cinta di assedio.
Ranuccio Farnese cercò di rispondere a questa mossa organizzando una manovra diversiva di attacco all’interno dello Stato Pontificio, condotta da un manipolo di soldati mercenari al comando del Marchese Gaufrido di Francia. Ma a S. Pietro in Casale, nei pressi di Bologna, il piccolo esercito assoldato da Ranuccio fu sconfitto dalle truppe pontificie.
Appresa la notizia della disfatta delle truppe del duca, il colonnello Sansone Asinelli, che comandava i soldati che difendevano Castro, non vedendo altra via di uscita stretto com’era da ogni lato dalle truppe pontificie, presentò la capitolazione della città al Conte Vidman. Questi ricevette l’ordine dal Pontefice di radere al suolo la città di Castro senza il sacrificio di vite umane.
Il 2 settembre 1649 furono firmate le condizioni di resa della città che prevedevano l’incolumità sia dei soldati che degli abitanti di Castro. La città venne saccheggiata dai soldati, molte opere d’arte e oggetti di valore furono trasportati a Roma e offerti al Papa e a Donna Olimpia Maidalchini, cognata di Innocenzo X e ritenuta responsabile principale della distruzione di Castro. Le campane, prima dell’abbattimento dei campanili, furono tolte e trasportate nei paesi vicini. Quelle della Cattedrale di S. Savino furono regalare dalla  Maidalchini alla Chiesa di S. Agnese in Agone, a piazza Navona a Roma….
Sulle rovine fu eretta a memoria e monito una colonna con la scritta “Qui fu Castro“.
La sede vescovile fu trasferita ad Acquapendente che venne eretta a Diocesi con la Bolla “In supremo” emessa da Innocenzo X il 13 settembre 1649. Con la stessa Bolla il Pontefice disponeva che venissero trasferiti ad Acquapendente le reliquie dei Santi e gli arredi sacri tra i quali il simulacro della Vergine Immacolata che ancora oggi si può ammirare nell’abside della Concattedrale del S. Sepolcro.


Il SS. Crocifisso di Castro

Le macerie della distrutta città di Castro ben presto furono ricoperte e nascoste da una fitta vegetazione e sparì anche la colonna con l’iscrizione “Qui fu Castro”.
Ma poco fuori di quella che era stata la Porta del Ghetto i demolitori – che pure avevano raso al suolo tutte le Chiese – risparmiarono un masso a forma di parallelepipedo triangolare che, sulla facciata rivolta a mezzogiorno, aveva dipinta l’immagine del Crocifisso. Sulle altre facciate erano dipinte la Madonna del Carmine – nel tempo sostituita da una piccola statua della Madonna di Loreto – e S. Antonio da Padova. Il masso si trovava al centro di un trivio, sicché da ognuna delle strade si poteva vedere una delle nicchie dipinte.
L’immagine del Crocifisso certamente non venne risparmiata per i particolare pregi artistici. Infatti è piuttosto semplice nella forma… Inoltre appare scrostata e mutilata nella parte inferiore.
Su questo ultimo particolare la tradizione popolare ha formulato due ipotesi, non supportate peraltro da alcun documento.
La prima dice che alcuni operai vollero togliere l’intonaco su cui era dipinta l’immagine del Crocifisso, forse per farne una migliore. Ma il giorno successivo, tornati a riprendere il lavoro trovarono al suo posto l’immagine che avevano cancellata.
Un altro racconto popolare narra che gli operai assoldati per radere al suolo la città di Castro, iniziarono a dare colpi di piccone anche al masso dove si trovava l’affresco del Crocifisso, ma dopo i primi colpi che portarono via la parte inferiore dell’intonaco, una forza misteriosa li bloccò, impedendo loro di proseguire nell’opera demolitrice.
Comunque andarono le cose è certo che per circa duecento anni l’edicola del SS. Crocifisso di Castro, nonostante si trovasse in piena campagna e fosse priva di qualsiasi protezione, fu sempre al centro della devozione popolare. …
Verso gli inizi del 1800 P. Flamio Annibali di Latera scriveva che l’immagine del Crocifisso “si è resa tanto celebre per i continui miracoli che, sebbene in mezzo ad una selva, i pastori circonvicini vi accendono quasi continuamente le lampade, e nelle feste in particolare che cadono in primavera, vi accorre moltissima gente non solo dai paesi circonvicini ma ancora dai lontani per visitarla”.
Nel 1747… a parziale protezione del masso triangolare del Crocifisso di Castro era stata costruita una piccola cappella ed un altare.
Ma la crescente devozione al SS. Crocifisso di Castro spinse le popolazioni di Ischia di Castro – nel territorio si trovava la sacra edicola – e di Farnese a formare dei comitati per erigere un Santuario che avesse racchiuso e protetto il masso con l’immagine del Crocifisso…
Nel 1870 si procedeva finalmente ad ultimare la Chiesa…
La costruzione del Santuario aveva risvegliato la devozione popolare tanto da spingere l’Arciprete Volpini (Arciprete di Ischia agli inizi del 1900) ad indire un pellegrinaggio di tutti i paese vicini. La risposta fu anche superiore alle aspettative: nella settimana tra la prima e la seconda domenica di Giugno del 1907 migliaia di fedeli si recarono al Santuario di Castro guidati dal vescovo diocesano Mons. Gisleno Veneri, riportando una profonda emozione…
Negli anni 1934-36 il rettore del Santuario, don Eraclio Stendardi, portò a termine diversi lavori, tra cui l’apertura della cantoria di prospetto all’altare e il completamento dell’edificio annesso al Santuario.
Il Santuario venne ampliato nel 1967, assumendo l’attuale forma, per iniziativa dell’allora rettore don Nazzareno Ercoli…
La devozione al SS. Crocifisso di Castro è rimasta viva nella popolazione dell’Alto Lazio e della Bassa Toscana fino ai nostri giorni. Ogni anno il Santuario costruito vicino alla città distrutta resta aperto per tutto il mese di Giugno per accogliere le migliaia di pellegrini che, mossi unicamente da motivi spirituali, ve3ngono a venerare la sacra immagine del Crocifisso e, per la quasi totalità, si accostano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia…

Estratto da SS. Crocifisso di Castro Storia e devozione di Mario Brizi, Edizioni BiEmme

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